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La giornalista e scrittrice Mariella Milani

Tempo di lettura 5 Minuti

COSENZA – Giornalista e scrittrice, volto storico del Tg2, Mariella Milani è una delle voci più autorevoli del mondo della moda. Una voce che ha raccontato e continua a raccontare i segreti del fashion system con arguzia e ironia.

Una professionista capace di reinventarsi e stare al passo con i nuovi linguaggi della comunicazione digitale; infatti, attraverso i suoi podcast, su Spotify e Google Podcast, e tramite post e stories su Instagram, porta i suoi followers alla scoperta dei più grandi stilisti italiani e internazionali raccontando esordi, successi e curiosità.

Autrice del libro “Fashion confidential. Quello che nessuno vi ha mai raccontato sul mondo della moda”, Mariella Milani parla del passato glorioso del Made in Italy, di un presente difficile e della possibilità di ripensare ad un futuro diverso, migliore.

La giornalista svela gli aneddoti sugli incontri con Armani, Valentino, Yves Saint Laurent, Tom Ford e tanti altri. Un modo unico di approcciarsi al mondo della moda che è stato premiato con lo Special Award 2021 in occasione della 25a edizione del progetto Moda Movie, la kermesse ideata dal direttore artistico Sante Orrico. Ospite della manifestazione che, ogni anno, si tiene nella città di Cosenza, Mariella Milani ha risposto alle nostre domande.

Quali sono le difficoltà di raccontare il mondo della moda?

«Credo che raccontare la moda non sia un’impresa facile, soprattutto nel momento che stiamo vivendo perché bisogna cercare il più possibile di trovare un filo conduttore per interessare il pubblico. Bisogna stare molto attenti ad individuare un’idea vincente. Oggi, si chiama storytelling. In realtà, bisogna puntare soprattutto sulla possibilità di emozionare. Quindi, il racconto della moda deve essere un po’ il sogno, un po’ la tradizione, senza però trascurare la tecnologia. Non a caso, io mi sono reinventata sui social, su Instagram e con i podcast».

Nel mondo della moda, ad oggi, molti stilisti tendono ad imitare la concorrenza. Quali sono le caratteristiche che non dovrebbero mancare ad un fashion designer emergente per avere successo?

«Le cose importanti per uno stilista sono la riconoscibilità e l’identità. Prendo un solo caso, quello di Giorgio Armani. Re Giorgio è stato incoronato dal Time sulla copertina perché ha puntato su un capo che poi è diventato il suo simbolo: la giacca. Ha messo la giacca maschile sulle donne e, quindi, ha creato il power dress. Una giacca di Giorgio Armani destrutturata rappresentava in qualche modo un simbolo di autorevolezza, però anche di riconoscibilità. Tu vedevi una giacca e dicevi: quella è di Giorgio. Quindi, i giovani devono puntare sulla riconoscibilità con un pizzico di eccentricità, altrimenti si è noiosi».

Parliamo di moda etica. Sui social, ha condiviso il video denuncia di un particolare caso di cronaca. Cosa andrebbe modificato nel mondo della moda? Come evitare lo sfruttamento?

«Non si può parlare di sostenibilità se non si pensa soprattutto all’etica del lavoro. Ho cominciato una battaglia. Oltre 8mila persone hanno messo il like al mio post: questo vuol dire che si tratta di un problema molto importante. Non si possono sfruttare i lavoratori. Non possiamo attaccare la fast fashion e poi i grandi nomi del lusso cercano di guadagnare il più possibile sul lavoro. Parliamo dello sfruttamento di coloro che sono costretti a lavorare tutta la notte e poi i capi realizzati vengono venduti a migliaia di euro. Questo non è accettabile. Bisogna pensare a certi episodi, portare avanti questa battaglia e non voltare mai la testa dall’altra parte. Un post, come quello che ho condiviso io, può essere una pietra nel mare, però smuove le coscienze. Se tutti lo facessimo, forse ci sarebbero meno sfruttamento, meno corruzione e meno mazzette».

Come nasce il suo libro?

«Ho deciso di scrivere il libro perché volevo lasciare una testimonianza di un mondo meraviglioso che ho vissuto e che ho definito di «lustrini e pugnali» dove non è tutto oro quello che luccica e niente è come appare. Però si tratta anche di un mondo che fa sognare come un pifferaio magico. Quindi, sono assolutamente convinta che possa essere utile ai giovani. I lettori potranno capire che il mondo della moda può essere molto diverso da quello che si pensa. Ho raccontato tutta la verità, solo la verità, nient’altro che la verità di quello che ho vissuto dal ’94».

“Fashion confidential” è anche il nome dei suoi podcast. Con quanta costanza pubblica i suoi interventi e come possono seguirla gli utenti?

«Chi non ha voglia di leggere, magari ha voglia di ascoltare. Il podcast sta diventando uno strumento di comunicazione che avrà un successo enorme. Siccome sono molto curiosa, mi piace inventarmi ogni giorno e lanciarmi in nuove sfide e nuovi progetti, ho scelto questa strada. I miei podcast sono su tutte le piattaforme: da Spotify a Google Podcast. Ogni lunedì, ce n’è uno. Ad un certo punto, finiranno quelli sulla moda e ci sarà una nuova serie».

Oltre ai podcast, lei è molto attiva su Instagram.

«Sì, sono molto interessata alla comunicazione e ai nuovi linguaggi. Mi sono reinventata nonostante qualcuno pensava che, probabilmente, avevo già detto tutto. Non bisogna mollare mai e bisogna progettare sempre. Ogni mattina, mi sveglio e penso: cosa mi invento oggi?».

Ha ricevuto il Premio Special Award di Moda Movie. Cosa pensa di questa kermesse?

«Sono molti anni che manco da Moda Movie. Una bella manifestazione, soprattutto perché si apre ai giovani. Penso che siano loro il futuro della moda. Moda Movie è cresciuta molto e se lo merita tanto perché quando si promuove un territorio e, soprattutto, si promuovono i giovani come fa Sante Orrico da 25 anni, è una cosa assolutamente positiva. Io ho cercato di farlo sempre anche nel mio lavoro».

Un consiglio che vuole dare ai fashion designer emergenti?

«Assolutamente quello di girare il mondo, di vedere cose nuove, di fare qualunque sacrificio per andare a scoprire quello che succede fuori di casa. Bisogna essere cosmopoliti. Poi, occorre tornare nei luoghi d’origine e portare quello che si è scoperto. Ma non bisogna restare ancorati dove si è nati e dove si è vissuti. Bisogna aprirsi al mondo».

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