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Un bambino in Siria

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Diamine, sarebbe pure arrivata l’ora prima di quel sorseggiare pallidi e assorti il caffè al bar (simbolo, ingannevole, di una vita ritrovata) di tendere lo sguardo appena un po’ oltre casa nostra, se da questa tragedia dovrà uscire una umanità liberata dalle restrizioni ma risvegliata per davvero. Porsi delle domande, per esempio.

Per esempio se 12mila bambini morti ogni anno a causa dei conflitti siano pochi. E no. Sono troppi, troppo, sono come un paese intero, come una città, come intere città di morti e a poche ore di volo da ciascuno di noi. Abitano case distrutte, si incontrano nella notte, parlano di quando non si era consapevoli di dover morire e che tra i pochi desideri c’era giusto quello di dare un calcio nemmeno a un pallone ma a un ciottolo, una lattina, oppure di imparare una storia e un giorno poterla raccontare. Il punto è che erano già fantasmi per noi, il secondo punto è che in assenza di quella domanda fantasmi resteranno. Chiedersi poi, per esempio, se sono pochi sette milioni di bambini sfollati.

Sette milioni. Sono come una grande metropoli di bimbi senza casa, spettri viventi che vagano nel torrido tra le mosche, o nel gelo. Supplizio impensabile, “dove forse a chi muore va meglio”, ripete spesso qualcuno laggiù. Come accadde il 13 febbraio scorso, era un giovedì, erano le cinque del mattino, alla piccola Iman Mahmoud Laila, assiderata sulla strada che separa un villaggio di profughi dall’ospedale di Ma’rata, in provincia di Aleppo, in Siria. Suo padre aveva camminato per due ore in mezzo alla neve tenendola stretta a sé. E non bastarono le braccia, non bastarono quei pochi panni dove era stata avvolta, non le lacrime schiacciate sul viso dalla bufera. Iman era già morta da un’ora in mezzo a tutto quel silenzio.

Questo succede in Siria, la splendida Siria (tre ore di volo da Roma), ma oscenità di questo genere accadono altrove, ovunque. Sappiamo o ci chiediamo per esempio qualcosa a proposito del Camerun che, alla lettera, brucia? Bambini e madri uccisi in esecuzioni pubbliche per strada, famiglie date alle fiamme nel sonno, villaggi rasi al suolo, tra le 500mila e un milione di persone (persone, non stanchiamoci di ripeterlo) costrette a rifugiarsi nelle foreste, immaginiamo in quale stato, perché un dittatore sanguinario che si chiama Paul Biya ha deciso che non hanno diritto all’esistenza in quanto di lingua inglese e abitanti di una delle zone più ricche del paese che vuole una sacrosanta indipendenza da un’autorità feroce e nazista. Film dell’orrore, che si girano su set nel mondo frattanto che noi decidiamo – poverini in quarantena da qualche settimana – sul milione di amenità e letizie che riguardano le nostre vite assenti, negligenti, glaciali, cieche, sorde, mute.

Mute anche sulle cose che andrebbero invece urlate, in primis dalla stampa: qualcuno sa che Paul Biya fu ricevuto in pompa magna al Quirinale non molto tempo fa, e che l’Italia vende 30 milioni di euro di armi ogni anno all’esercito di quel tiranno? Nessuno.

Tuttavia, tuttavia non manca un barlume di luce neppure nel più opaco degli uomini, come fa dire Marguerite Yourcenar all’imperatore in Memorie di Adriano, e dunque un assassino suona il flauto con garbo, un aguzzino che lacera la schiena degli schiavi con le frustate è forse un figlio eccellente, e un idiota può essere pronto a dividere l’ultimo cantuccio di pane che gli resta. Indubbio perciò, e questo è un punto dirimente, che tutto potrebbe ribaltarsi. E sarà pur vero che siamo tutti rifugiati se senza nessuno che ci chieda come stai, chi sei, che cosa hai dentro; miliardi di cani senza una mezza ciotola di amore e di attenzione. Dei quali spessissimo non sappiamo nulla, ed è per questo che non sappiamo darne, vagando in moltitudine come randagi esuli, rabbiosi, perciò uomini assenti, negligenti, glaciali.

Ma è altrettanto vero che siamo tutti a un bivio epocale: sceglieremo di non cogliere una grande occasione prendendo la strada di sempre, continuando a camminare per il mondo senza ascoltare, guardare, agire accampando le scuse più disparate? Ci dichiareremo vivi sorseggiando quell’espresso e basta senza nulla rischiare, senza rischiare che ci vada di traverso rovinando la misera festicciola tra congiunti? Oppure sceglieremo di vivere e combattere tutti per un mondo nuovo come esorta Charlie Chaplin piccolo barbiere ebreo che diventa Adolf Hitler nel magnifico discorso all’umanità nel Grande Dittatore, scelto con acume per lo spot di Lavazza? E no. Ci sarebbe da vivere, che diamine, rischiando addirittura di amare. Con le conseguenze del caso. Ma vivere, finalmente.

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