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Piero Braglia

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di ANTONIO PANETTIERI

Caro allenatore di calcio, seguo sin da bambino la mia squadra del cuore, dai primi anni 60 all’incirca, avendo io un’età che è di poco inferiore alla sua. Era il Cosenza di Marmiroli e Campanini, del portiere Corti e di Tonino Vita. Ricordo perfettamente quelle formazioni, come le poesie imparate a memoria nelle scuole classiste dell’epoca. In quegli anni i calciatori più giovani e senza famiglia, non abitavano in hotel di lusso e non frequentavano locali notturni, semplicemente perché in una città piccola come la nostra non ce n’era traccia. Abitavano nelle nostre case umili e dignitose, nel quartiere attiguo allo stadio San Vito (non mi piace chiamarlo Marulla, di Gigi ne ho un ricordo troppo vivo) perfettamente integrati, ma controllati a vista da un uomo di altri tempi di nome Armando che era sì il magazziniere del Cosenza, ma era soprattutto un grandissimo appassionato di questo meraviglioso sport e che nel suo tempo libero, in quel quartiere marginale in tutto, dove la pubblica illuminazione era inesistente e l’acqua corrente c’era solo di notte, metteva su con rara capacità squadre di calcio a tamburo battente. I suoi ragazzi vestivano divise improbabili e calzavano scarpe con ombre di bulloni, scarti rubati dal magazzino della sua ultima società. I suoi consigli erano preziosi, il suo entusiasmo era contagioso, la sua intelligenza fine e i suoi modi spicci. Romantico e burbero. Mi ricorda lei.

Non so se in questi anni alla guida del Cosenza, qualcuno le ha raccontato un po’ di storia di questa squadra, dei suoi presidenti, dei suoi calciatori e dei suoi allenatori. Una storia piena di incertezze e di momenti bui, di tragedie vere e di folgoranti momenti di felicità. Io penso di sì, perché lei sin dal primo momento ha capito come fare, quali tasti toccare, quali certezze infondere, come parlare a quel tifo appassionato ma logorato dai troppi fallimenti, stanco di presidenti burloni e di presidenti ragionieri senza un briciolo di passione, stanco della politica stracciona che ha sempre pensato di mettere il cappello sulla gestione di uno sport tanto amato da questa comunità. Già, la politica, che lei ha conosciuto bene nel suo aspetto megalomane e anche un po’ ridicolo. I tre punti persi a tavolino per la partita non giocata con il Verona furono uno schiaffo a lei ed alla sua squadra, ma soprattutto furono una umiliazione per le migliaia di tifosi in fila per entrare allo stadio sotto un sole cocente di inizio settembre, felici di assaporare il ritorno nella serie cadetta dopo 15 anni di oblio.

Non le fu perdonata la sua ruvida schiettezza, cozzava troppo con le menzogne ufficiali del palazzo. Fu messo in discussione, i pifferai legati al potere di turno tentarono di scavarle la fossa, ma il rapporto speciale con la tifoseria ed il gol del “compagno” Idda in quel di Crotone fecero ritirare in buon ordine gli avvoltoi. Storie ricorrenti in questa città. Pensi che nel fulgore democristiano di metà anni ottanta, la dirigenza di allora, tutta ben ancorata allo scudocrociato, licenziò un suo bravissimo collega che oggi insegna calcio ai bambini tra i veleni delle acciaierie di Terni, reo di essere poco accomodante, scarsamente comunicativo e anche un po’ comunista. Nulla di nuovo sotto il sole. Lei, ovviamente, era ben consapevole di tutto questo, l’età e l’esperienza insegnano molte cose. Ma è andato oltre. La sua antica passione aveva intrecciato da tempo la ludica follia cantata a squarciagola sugli spalti del San Vito, consapevole che la sua forza era la tenacia della sua squadra a cui aveva trasferito la sua sapienza e quel pubblico dalla storia antica, che aveva riscoperto un protagonismo da queste parti mai banale. La vollero sindaco e generale con l’ironia a volte affettuosa ed a volte cattivissima che attraversa i geni dei miei concittadini.

Caro allenatore di calcio, lei sa che alla fine della sua seconda straordinaria stagione calcistica nella città di Telesio doveva mollare tutto, l’avrebbe fatto chiunque al suo posto, ed è anche noto che qualche nobile decaduta le avrebbe costruito ponti d’oro. Ma lei proprio non ce l’ha fatta, si sa che l’età non protegge dall’amore. Sapeva perfettamente che era dura convivere con i freni del ragioniere hobbysta e con le promesse levantine di rafforzamenti solo annunciati, ma ne valeva la pena. E allora pronti via e i fantasmi dei Beach Boys rivisitati dai nostri Lumpen erano lì ad aspettarla in un canto collettivo che aveva riconosciuto suo e di cui non sapeva più fare a meno. Ma le cose inevitabilmente cambiano, non c’era un Armando ad aiutarla né tantomeno un intero quartiere pronto ad accogliere i suoi ragazzi. Era rimasto solo quel pubblico che aveva capito tutto e sino all’ultimo ha sperato nel suo generale.

Caro allenatore di calcio, la saluto con molto affetto e la ringrazio per avermi fatto piangere di gioia come un bambino in quella calda sera di giugno. Il suo calcio, il nostro calcio nonostante tutto ci fa ritornare sempre dei ragazzini felici di rincorrere una palla. E mi scuso con lei per il fatto che chi non conosce questo mistero l’abbia congedata con due asettiche righe di addio. Così vanno le cose e non solo nel suo mondo.

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