Barbara Aiello

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«Almeno il 40 per cento dell’odierna popolazione calabrese discende da ebrei costretti a scegliere il cristianesimo per forza o per necessità». La tradizione ebraica li chiama “anusim”, cioè forzati, costretti alla conversione al cattolicesimo.

SERRASTRETTA – «Almeno il 40 per cento dell’odierna popolazione calabrese discende da ebrei costretti a scegliere il cristianesimo per forza o per necessità». La tradizione ebraica li chiama “anusim”, cioè forzati, costretti alla conversione al cattolicesimo. E in certe usanze, altrimenti inspiegabili, posso leggersi i segni delle radici ebraiche della Calabria: le candele accese i venerdì sera, la stella di Davide appesa al collo di molte anziane; i quartieri che in molti paesi si chiamano Giudecca (come a Nicastro e Reggio), certi riti del capodanno e usanze della Pasqua (come la frittata e la cuzzupa). E i cognomi. Lo hanno sempre sostenuto gli storici come Cesare Colafemmina, Cosimo Damiano Fonseca, Rocco Cotroneo, Vincenzo Villella che hanno trovato tracce di questo passato a Reggio, Cosenza, Crotone, Lamezia, Bova, Castrovillari, Rossano, Corigliano, Cassano, Montalto. Cirò, Taverne, Tropea. E oggi lo ricorda anche Barbara Aiello, prima e unica rabbina d’Italia che ha aperto una sinagoga nel cuore della regione: a Serrastretta.

LA PROMESSA

Il padre era musicista, originario del piccolo centro a monte di Lamezia Terme. Ha vissuto la terribile esperienza dei campi di concentramento e durante la resistenza è stato uomo di collegamento tra l’esercito degli Alleati e i partigiani. Era un bnei anusim (“figlio di costretti”), come la moglie sposata in un matrimonio combinato, e ha potuto esprimere la sua religiosità solo dopo essere emigrato negli Stati Uniti: a Pittsburgh, in Pennsylvania; dove è nata Barbara. «Prima di morire, nel 1980 – racconta Barbara Aiello – mi ha detto “figlia, la mia speranza è che tu faccia qualcosa per gli ebrei in Italia”. Io gli ho risposto di sì, istintivamente, ma all’epoca non avevo la minima idea di come avrei fatto. Poi l’ho scoperto man mano». Ha studiato da rabbina e nel 1999 è stata ordinata. Ha operato cinque anni negli Stati Uniti e due a Milano. Poi, nel 2006, anche su iniziativa del marito hanno aperto la piccola sinagoga di Serrastretta: “Ner Tamid del Sud”, (Luce Eterna del Sud). E adesso – unica rabbina donna in Italia (11 in tutta Europa) – è punto di riferimento per una comunità religiosa di circa ottanta persone sparse tra Calabria e resto del Sud Italia.

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LA COMUNITA’

Il rabbino è uno studioso che si è distinto per i suoi studi ed è un autorevole insegnante della Torah ed è perciò guida spirituale della propria comunità ebraica. Ma Serrastretta la comunità è ancora piccola: la maggior parte dei frequentatori della sinagoga arrivano da Reggio Calabria, Gioia Tauro, la Locride, Lamezia, e poi qualcuno da Messina (sebbene ci sia una sinagoga anche a Palermo) e dalla Campania (anche se Napoli ha la sua ampia comunità ebraica, ma di culto ortodosso). Per il resto si tratta di americani.

LE ORIGINI

Nella vecchia e bellissima casa padronale di Serrastretta, che in un’ala ospita la sinagoga, la rabbina Barbara rammenda la tela dei legami tra passato e presente e cerca, per chi ne fa domanda, le “jewish roots”, le radici ebraiche. Ha compilato un lungo elenco di cognomi che ritengono siano di origine ebraica. Ma anche molte inspiegabili tradizioni, come coprire gli specchi con un panno nei giorni di lutto. E poi tutti i cognomi di probabile derivazione ebraica: Mazza, Scalise, Gigliotti, Cittadini. Aiello, appunto. 

NIENTE PROSELITISMO

Sì, la missione di Rabbi Barbara non è quella di fare proselitismo ma, prima di tutto, aiutare i calabresi a riscoprire le proprie origini. Il suo è un ebraismo riformato, niente a che vedere con il radicalismo di tradizione ortodossa. «E la difficoltà più grande – dice – non sta nell’essere una rabbina donna, che sono ormai il 25 per cento di circa 1200 rabbini in totale, o vivere in Calabria; quanto insegnare e guidare la comunità attraverso i precetti di una religione non dogmatica: per gli ortodossi una cosa si fa o non si fa perché lo dicono le leggi sacre; un rabbino ortodosso ti dice che non sei un buon ebreo se non accendi le due candele dello Shabbat, il venerdì sera all’orario stabilito, senza spiegarti il perché. Io devo far comprendere il significato delle cose che si fanno e aiutare chi vive nella società moderna a farle nel miglior modo possibile e compatibile con questo stile di vita». Un ebraismo, quello di Barbara Aiello, che appunto per esser riformato, “all’americana”, poco si integra con l’ebraismo ufficiale italiano, che invece è di tradizione ortodossa. L’attrito tra le due visioni dell’ebraismo si coglie anche nei dibattiti sul fermento che – come scrive l’ex rabbino capo di Napoli, Pierpaolo Pinhas Punturello – ha prodotto «l’avventurosa mobilità di un certo tipo di mondo rabbinico (che) ha spalancato, in Italia, la porte del mondo ebraico del Sud della penisola». Ma lei va avanti per la sua strada, convinta che sia necessario, per prima cosa, rendere i calabresi consapevoli delle proprie – probabili – origini. La scelta del come essere ebreo, eventualmente, viene in una fase successiva.

I CONCITTADINI

In paese Rabbi Barbara è ben voluta; almeno dai più. Col parroco c’è sintonia: lui non la vede come un’antagonista e anzi riconosce agli ebrei l’essere quei “fratelli maggiori” dei cristiani, secondo l’espressione resa celebre dal discorso pronunciato da papa Giovanni Paolo II durante la sua visita alla sinagoga di Roma nel 1986 a proposito delle origini ebraiche del cristianesimo. Al bar pasticceria Gallo (altro nome di origine ebraica, secondo la rabbina) si dicono contenti di questa presenza. «Prima di tutto – dice la titolare, con simpatia ma con distacco – è una questione di cultura: è bello conoscerne di nuove, imparare o almeno sapere che esistono altre cose. E poi, Barbara porta ogni anno in paese centinaia di turisti».

IL TURISMO

In effetti, «ogni anno tra maggio e settembre – ci racconta la stessa rabbina – qui ospitiamo circa 100, 150 persone, per lo più americani, australiani, canadesi». Vengono qui a celebrare il Bar mitzvah (Bat mitzvah per le ragazze), che è il momento in cui un bambino ebreo raggiunge l’età della maturità (13 anni e un giorno per i maschi, 12 anni e un giorno per le femmine) e diventa responsabile per se stesso nei confronti della Halakhah, la legge ebraica. Ma nella lista di attività della sinagoga, come fa sapere il sito http://rabbibarbara.com, ci sono anche matrimoni (normali, misti, interreligiosi e gay), conversioni, conferme, funerali e tour della Calabria ebraica. «Sono affascinati da questi luoghi – ci racconta – perché comprendono i sacrifici e le privazioni che gli ebrei hanno vissuto per cinque secoli di persecuzioni e clandestinità». «Ed impazziscono per la Brasilena», aggiunge con orgoglio per la bevanda nera più amata dai catanzaresi. Sono, insomma – a parte le castagne e i funghi nelle annate buone come quest’anno, la principale risorsa economica del paese.

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