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RENDE – «Benvenuti!». Anzi, «Buani venuti!». Braccia spalancate, maniche di camicia arrotolate, sorriso smagliante sul volto. Dario Brunori torna a casa e si apre ai suoi “fedeli”: amici, parenti, ma soprattutto centinaia di fan e studenti che hanno preso d’assalto il Teatro Auditorium Unical (alcuni in fila per ore) per partecipare all’ultima tappa di “Parla con Dario”, il tour di incontri organizzato da Feltrinelli. Un’occasione per promuovere l’ultimo disco della Brunori Sas “Cip!”, ma soprattutto una chiacchierata di un’ora e mezza per raccontare il “Dariuzzu” dietro l’artista.

VIDEO: DARIO BRUNORI SALUTA IL PUBBLICO DEL TAU E ESEGUE “PER DUE CHE COME NOI”

Una sedia, un tavolino, una chitarra (che usa per eseguire “Per due che come noi”, “Al di là dell’amore” e “Il mondo si divide”) e un’urna. Utilizzata per raccogliere le domande del pubblico. «Qual è il tuo rapporto con la tematica ambientale?», chiede una ragazza. «Il disco è filosoficamente ambientalista – spiega Brunori –, perché colloca canzoni a sfondo sociale in un contesto più ampio. Troppo spesso ci concentriamo solo su di noi e non facciamo caso al contesto in cui viviamo. Se riuscissimo a guardare il mondo con distanza, non con distacco, molte delle questioni che ci attanagliano verrebbero meno. Saremmo un unico noi».

«Finirai nei Baci Perugina?», gli chiedono. «Sì, perché scrivo frasi di una banalità incredibile. “Cip!” è un album sull’amare, più che sull’amore. Sulla bellezza di amare, di fare del bene per gli altri, più che sul bisogno di essere amati». E il successo? «Siamo primi in classifica da due settimane – annuncia “chiamando” l’ovazione del Tau – anche prima di Tha Supreme, l’idolo dei miei nipotini. A volte mi sembra di vivere un sogno, magari mi sveglio a Fuscaldo nel 1996».

«Sei rimasto in Calabria – dice una ragazza –. Attribuisci i tuoi risultati alla tenacia, al talento? Dacci una speranza per riuscire a raggiungere i nostri obiettivi anche qui». «Sicuramente c’entra la bellezza, la prestanza fisica e un talento eccezionale in tutti i campi – scherza –. È stato importante andare via per un po’, ho conosciuto persone che sono importanti per me, come il mio manager toscano. Poi c’è la componente calabrese. Stare qui mi ha aiutato perché si sono creati i presupposti giusti: le persone, le cose intorno a me, l’approccio contemplativo. Ma non è pensabile fare tutto da qui, comunque ci si deve muovere».

Qualcuno gli ricorda che quella camicia è la stessa indossata quattro anni prima. «Quando sono in giro in promozione – ribatte Brunori – mangio male. E anche quando ingrasso, questa mi sta sempre bene. Faremo delle camicie con diverse asole, come le cinte».

dario brunori

«Prima di un esame ascolto “Canzone contro la paura” – gli confessa una studentessa –. Tu cosa fai quando hai paura di non riuscire a fare qualcosa?». «Quando mi sono accorto che la paura mi stava danneggiando, mi sono lanciato. Con gli animali, invece, scappo, abbandonando anche le persone che dovrei proteggere». «È difficile essere il Dario che sei oggi?», gli chiedono. «Cerco di mantenere la mia attitudine, che non è sicuramente da show man. Ci sono sempre più persone che sono interessate a me e meno tempo da dedicare ai miei cari e a me stesso. Ma come dice mia madre: “Addue c’è gusto, nun c’è perdenza”». A chi gli chiede come si faccia a credere ancora nel mondo, Brunori risponde: «Questo disco cerca di partire dal disincanto e tramite il canto trovare un nuovo incanto. Un disco di accettazione: della fine delle cose, del bene e del male, della sofferenza. Accettazione non vuol dire rassegnazione, ma un sì interiore: “Dariù, questa cosa esiste e non ci puoi soffrire”. E contro le cose che non ci piacciono non si urla. I toni sono importanti, anche più delle parole. Ma ci sono cose che ti fanno credere nel mondo come la Terra di Piero». E con una sciarpa rossoblu attorno al collo, a mo’ di prete, lancia la sua «benedizione alla Calabria, ce n’è bisogno».

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