Carmine Abate

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COSENZA – Abate riceve premi (l’ultimo, il “città di Amantea”, gli è stato consegnato sabato scorso nel centro del Cosentino), incontra persone, riabbraccia i suoi lettori più affezionati. Non dimentica nessuno, racconta aneddoti sulle precedenti visite in questo o quel paese mentre scrive dediche sui suoi libri, da Cotronei a Belvedere Marittimo. Quella descritta da Abate è una Calabria bella, vitale, piena di energia, naturalmente afflitta da molti problemi, ma non sempre rassegnata.

La domanda, quindi, è scontata: vale anche per i calabresi, che tanta letteratura e cinematografia hanno legato inscindibilmente alla ‘ndrangheta, quel diritto alla “normalità” invocato per i migranti?

«La Calabria – dice – è una terra molto complessa. C’è la ‘ndrangheta e io ne parlo, non dal punto di vista dei mafiosi, ma da quello di chi non accetta i soprusi. Questa regione è ricca di storia, ovunque si scavi si trovano testimonianze del passato, non si può ridurre tutto alla ‘ndrangheta. Certo, questo è un argomento che suscita interesse, fa vendere libri e gli editori li richiedono. Molti autori, di conseguenza, si adeguano. Ma la Calabria è fatta anche di persone che si oppongono alla prepotenza».

In uno dei suoi romanzi più fortunati, “la collina del vento”, Abate affronta l’argomento, raccontando la vicenda della famiglia Arcuri che si oppone a chi vorrebbe realizzare su una collina di sua proprietà un parco eolico, a costo di rinunciare ai guadagni che l’investimento avrebbe garantito. Abate non anticipa nulla sui suoi prossimi impegni di lavoro («per pubblicare un nuovo libro – spiega – devi prima liberarti di quello precedente»), ma s’intuisce che il cantiere della sua mente è aperto e pronto a raccontare ancora, magari un amore («perché tutte le storie – afferma – in fondo sono storie d’amore») e magari in un paesaggio calabrese, fra montagna e mare, sole e vento.

«La ‘ndrangheta fa vendere molti libri, ma la Calabria è una regione molto più complessa che merita di essere raccontata». Carmine Abate emigrò in Germania, dove raggiunse il padre che vi lavorava, da Carfizzi, nel Crotonese, quando aveva 16 anni, portandosi la sua regione e le sue radici albanofone nel cuore e diffondendo storie, valori e tradizioni della sua terra nei suoi racconti e nei suoi romanzi. Il tema dell’emigrazione è centrale nelle opere di un autore i cui libri sono letti in tutto il mondo.

Dopo la laurea in lettere conseguita all’Università di Bari, si trasferì in terra tedesca, dove pubblicò il suo primo libro. Fu l’inizio di una lunga serie di successi; una carriera costellata da premi prestigiosi come il Campiello e lo Stresa. “Le rughe del sorriso”, il suo ultimo romanzo pubblicato da Mondadori, è candidato al premio Strega. Al centro del lavoro, ancora una volta, l’emigrazione, questa volta non quella degli italiani, che ha vissuto in prima persona, ma quella conosciuta attraverso l’esperienza di tante persone che lasciano l’Africa per l’Europa. Uomini, donne, bambini massificati nel racconto dei media, materiale per dati e statistiche dietro le quali si nascondano vite vere.

«Gli immigrati – spiega l’autore all’Agi – sono persone normali, hanno aspirazioni, s’innamorano, vivono conflitti generazionali con i genitori. Tutto questo sfugge al grande pubblico, che li identifica con le cifre tonde che la stampa diffonde sui flussi migratori, io ho voluto raccontare persone vere». Protagonisti de “le rughe del sorriso” sono Shara, una giovane donna somala, bella ed istruita, in fuga dalla guerra, e un insegnante calabrese, Antonio Cerasa, che la conosce nel centro d’accoglienza del Crotonese in cui opera e se ne innamora. La storia parte da protagonisti e situazioni reali, come il villaggio modello di Ayub, in Somalia, e le opere umanitarie di un’associazione che ha sede nel Trentino, dove lo scrittore vive, per raccontare con delicatezza i sentimenti dei protagonisti e senza reticenze la crudeltà delle guerre che dilaniano l’Africa e dei trafficanti di esseri umani, ma anche la diffidenza e il razzismo di molti italiani nei confronti dei migranti. «E’ un tema urticante – spiega Abate – perché divide e non sempre è trattato con la dovuta obiettività».

Sullo sfondo, come in tutti i libri di Abate, dunque, c’è la Calabria. Persone, usanze, situazioni, microcosmi visibili nelle piazze di tanti borghi della regione, gli stessi che nel corso di questa estate lo scrittore sta visitando in questi giorni. Ad accompagnarlo, in molte serate, è un altro intellettuale, Cataldo Perri, cantautore, che traduce in musica popolare brani tratti dai suoi libri.

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