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COSENZA – «Immagina una radio, come quelle che utilizziamo tutti i giorni». Fin qui tutto chiaro. Ma l’RPW (Radio and Plasma Waves) ha tre antenne di 6,5 metri l’una, resiste a sbalzi di temperatura estremi, consuma 15 watt e misura le onde elettromagnetiche ed elettrostatiche nel vento solare. È uno dei dieci strumenti di cui è dotato Solar Orbiter, la sonda dell’ESA (l’agenzia spaziale europea) – partita da Cape Canaveral (Florida, Usa) il 10 febbraio alle 05:03 con un razzo Atlas V 411 della NASA – che fornirà indicazioni senza precedenti su come funziona la nostra stella madre.

Della calibrazione di questo super ricevitore radio e dell’analisi dei dati scientifici raccolti si è occupato e si occuperà il fisico cosentino Antonio Vecchio. Quarantadue anni, di cui una ventina passati a studiare l’atmosfera solare e le relazioni tra Sole e Terra. Dopo la laurea e il dottorato conseguiti all’Università della Calabria, Vecchio è rimasto nella nostra regione sfruttando qualche breve contratto di ricerca. Nel 2015 riceve la chiamata dell’Osservatorio di Parigi ed entra nel progetto del Solar Orbiter. Oggi si divide tra Francia e Olanda, dove è ricercatore per la Radboud University. Con il suo team dell’ateneo di Nimega ha partecipato al progetto che ha portato, qualche mese fa, a ottenere la prima foto di un buco nero e alla missione cinese Chang-e4 per l’esplorazione del lato nascosto della Luna.

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Cos’è Solar Orbiter?

«È un satellite lanciato per studiare il Sole e per capire come i fenomeni da esso generati influenzano lo spazio nel sistema solare e la Terra. La grossa influenza del Sole sulla Terra, al di là del clima, è evidente in fenomeni come le aurore boreali, generate dall’emissione da parte del Sole di particelle molto energetiche. Parliamo di una missione complessa, la prima di classe M per l’Esa. Sul satellite, il più sofisticato e completo mai inviato verso il Sole, sono presenti dieci strumenti, tra cui camere per l’osservazione della superficie del Sole e della corona (la parte più esterna dell’atmosfera della stella) e misuratori di particelle e onde. Riusciremo anche ad osservare per la prima volta i poli della stella».

Il fisico cosentino Antonio Vecchio

Quando si generano questi fenomeni potenzialmente pericolosi per noi?

«Quando si verifica un’intensa attività solare: sono le cosiddette tempeste solari che comportano grandi emissioni di particelle, bolle di plasma, emissioni radio. Questi fenomeni possono essere dannosi per le comunicazioni e le linee elettriche sulla Terra e in diversi casi hanno generato dei blackout. Il pericolo maggiore è quello corso dagli aerei sulle rotte polari. Gli astronauti, ad esempio, si trovano al di fuori dello scudo del campo magnetico della Terra e sono esposti ai pericoli derivanti da questi fenomeni. Il Sole ha un’attività magnetica molto regolare, che raggiunge il suo apice ogni 11 anni. Conosciamo la dinamo solare (il meccanismo fisico) alla base dell’attività magnetica, ma non sappiamo perché esiste questa periodicità estremamente regolare. Solar Orbiter ci aiuterà a capire qualcosa in più sulla dinamo e sullo space weather, il clima spaziale, per provare anche a prevedere con maggiore precisione le attività intense del Sole».

Qual è stato il suo ruolo nella missione?

«Sono Co-Investigator e supervisore della calibrazione di un ricevitore radio con tre antenne costruito per misurare le emissioni radio del Sole. Mi occuperò di elaborare le strategie di misura in base agli obiettivi scientifici, dell’analisi dei dati e sono il responsabile della validazione dei dati raccolti prima della loro pubblicazione per l’uso nella comunità scientifica. Uno dei miei compiti è stato anche quello di capire quanto lo strumento stesso influenzi la misura che ottiene. E, ovviamente, insieme al team composto da professionisti di diverse competenze e estrazioni, testare il ricevitore per renderlo pronto alle condizioni in cui opera, tenendo conto degli sbalzi di temperatura e dei limiti di potenza che ci sono stati imposti (15 watt). La nostra radio è tarata tra +65 e -40 gradi centigradi. L’intero satellite ha uno scudo termico, che resiste a 500 gradi. Arriverà a 42 milioni di km di distanza dal Sole, un po’ più vicino di Mercurio, sulla cui superficie ci sono circa 420 gradi. Abbiamo già ricevuto i primi dati dallo spazio. Attualmente siamo nella fase di “commissioning” (primi 3 mesi dopo il lancio), in cui faremo alcuni test e valuteremo se lo strumento sta funzionando in maniera corretta. Nei prossimi sei mesi inizieremo a rendere i dati pubblici. Per me è una grande responsabilità mettere il bollino sui dati che saranno utilizzati da altri scienziati nel mondo».

Quanto resterà attivo Solar Orbiter?

«Sette anni in tutto. Ci metterà due anni per raggiungere l’orbita che abbiamo previsto, perché dovrà sfruttare la gravità di Venere e della Terra. Ovviamente il satellite non ha motori, ce l’aveva il razzo della Nasa da cui si è già distaccato».

Si è mai andati così vicini al Sole?

«Sì, dal 2018 nello spazio c’è già Parker, la sonda della Nasa che arriva a 6 milioni di km dal Sole, dove si registrano 1300 gradi. Non sono presenti camere per ottenere immagini del Sole a causa della distanza troppo ravvicinata. Lavoreremo in forte sinergia con la Nasa, perché con Solar Orbiter riusciremo a misurare gli stessi fenomeni indagati da Parker, ma da una distanza maggiore, per studiare la loro evoluzione nell’eliosfera».

Lei è stato a Cape Canaveral per il lancio di Solar Orbiter.

«Sì, sono stato per un paio di settimane in Florida. Il lancio era previsto per il 5 febbraio, poi è stato rinviato al 7 e poi ancora al 9 (ora americana). È stata una grande emozione assistere direttamente da lì al lancio del razzo, con l’audio connesso alla sala di controllo. Il coronamento di cinque anni di lavoro».

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