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di ANTONIO PANETTIERI

Se si vuole capire come si è trasformato un quartiere bisogna andarci di domenica. È un giorno diverso, non liberato, ma nemmeno tristemente esasperato ed è la sua malinconica lentezza a favorirne il ricordo e la memoria. Alla fine degli anni Cinquanta il viale per Castrolibero, nel nord ovest della città, era circondato da una lussureggiante campagna dove insistevano sparute costruzioni di tipo rurale e poco altro. Solo la costruzione delle palazzine popolari, palafittate nel sottosuolo argilloso e ricco d’acqua, e la contemporanea costruzione del nuovo stadio di calcio e del campo scuola Coni, cambiarono la fisionomia e non solo di quel luogo. I primi spazi abitativi offerti a canone politico si affollarono di un’umanità variegata. Operai soprattutto: edili della presila, commessi dei grandi magazzini del centro città, baristi, autisti e contadini senza più terra, ma anche piccoli artigiani e nuovi travet.

Spesso famiglie molto numerose e con una sola modesta entrata, quando c’era. Al primo nucleo di abitazioni, battezzate “i palazzine vecchie” per primogenitura, si aggiunsero velocemente altre costruzioni di identica tipologia che gli occupanti, superando l’assenza di toponomastica e una numerazione civica da anonimo capannone industriale, rinominarono col buon senso popolare, necessario per ristabilire una riconoscibilità rionale ed un senso di appartenenza perduto. Nacquero “i palazzine nove, i gescal, i palazzine russe, u far west, i palafitte”, e, ai lati di quel chilometro di viale come nelle parti interne prima coltivate a grano, venne ammassato un proletariato che nulla aveva a che vedere con quello industriale delle grandi città metropolitane, ma che portava con sé l’esperienza antica e tutta meridionale del vivere sociale delle nostre campagne e dei vecchi quartieri cittadini. Infatti, le scelte politico-urbanistiche dell’epoca, disegnate con feroce classismo appena dissimulato dalla bonomia clientelare del potentato locale, avevano smembrato comunità antiche come quelle della città vecchia e dei casali cosentini obbligando la maggior parte degli abitanti a ricercare un alloggio nei nuovi quartieri ghetto a nord della città.

Il quartiere senza nome, nonostante l’assoluta mancanza di servizi primari, la distanza non solo geografica dal centro città e il disagio economico, divenne luogo di grande socialità praticata e di sperimentazione di una vita quotidiana a suo modo resistente alla modernità. La comunità, nelle sue forme più diversificate, sfuggiva al disegno di una vita già segnata e coltivava in maniera autonoma e creativa, per nulla ricettiva al paternalismo delle grandi organizzazioni politiche e della chiesa del tempo, spazi di “vita altra” impregnata da una vitalità dirompente. Lo sberleffo con cui venivano trattati i tristissimi militanti dell’allora PCI che con l’Unità sotto il braccio praticavano il rituale domenicale in un posto a loro sconosciuto, faceva il paio con la nascita di un associazionismo cattolico per nulla allineato e fortemente critico nei confronti del potere.

Anche le esperienze più radicali ebbero il loro cuore nel quartiere. Le letture di Debord e Vaneigem si intrecciavano con quelle dei pamphlet e delle riviste dei nuclei più informali del movimento libertario italiano: vagavano di notte consumati dal fuoco. E poi il calcio e la pallavolo, dal basso e senza una lira. La Friends di Giancarmelo, Santino e Armando con i suoi campioncini e la Lorenzo Milani di Umberto, un uomo straordinario, libero e colto alla cui assenza in molti non si sono mai rassegnati.

Questa umanità curiosa e anomala, unita da una insofferenza alle regole, si ritrovò insieme più volte nelle strade del quartiere, anche e soprattutto nei momenti più difficili. Dai blocchi stradali dei primi anni ’70 dopo che sul lungo viale, diventato pista di prova per auto con motori abarth potenziati, si erano verificati i primi morti per incidenti stradali di una lunga terribile sequenza durata anni; alle pestate a fascisti e polizia rei di essersi avvicinati un po’ troppo al quartiere; al rifugio sicuro che le case dei residenti rappresentavano durante i ripetuti scontri tra ultras rossoblu e polizia e che la stessa ripagava con abbondante pioggia di lacrimogeni tirati per dritto sui balconi fioriti.

Quella stessa umanità che scappata dalle proprie case dopo il brutto terremoto del febbraio ’80, fece diventare le notti successive, trascorse all’aperto nell’ampio spazio che allora circondava lo stadio San Vito molto prima delle paranoie securitarie, un happening festoso e solidale, un abbraccio caldo ad esorcizzare la paura.
Nella seconda metà degli anni ’90, spentisi i fuochi dei decenni precedenti, in un quartiere che degradava lentamente ma inesorabilmente ci furono ancora tentativi di ritrovare parola e protagonismo. I tempi erano cambiati e la riflessione si era fatta intima, circolare, lenta. I figli minori di quegli anni in qualche modo si palesarono. Erano quasi tutti andati via da quelle case, ma a quel luogo si sentivano irrimediabilmente legati. Avevano studiato, costruito le loro vite, fatto figli. Erano diventati bravi professionisti, insegnanti, ingegneri, piccoli imprenditori, impiegati. Era cambiato tutto, ma si tentò lo stesso. Si unirono in associazione, fecero un piccolo giornale, trovarono un posto per stare insieme. Durò poco ma era necessario e per qualcuno forse liberatorio.

Il degrado inevitabile, si diceva. Mentre il vecchio viale era diventato uno stradone trafficato ma di solo transito, nelle stradine interne cresceva l’abbandono e l’incuria, ma soprattutto la solitudine. Durante una nevicata di dicembre all’inizio del nuovo millennio arrivò anche la comunità rom da anni stanziale a Gergeri. Gli fu data una casa, in cambio di identità e libertà. Smarrirono le vecchie attitudini e i vecchi saperi praticati per decenni in riva al Crati e molti di loro assorbirono velocemente i molti vizi degli “italiani”. D’altronde non è che avessero molte alternative.

Le trasformazioni come è noto avvengono lentamente, ma ci sono i fatti simbolici ad evidenziarle. Qualche anno fa Francesco “Unnicchio” morì dopo un pestaggio che per come riportavano le cronache dell’epoca subì nel portone di casa. Francesco era un vecchio ragazzo del quartiere, un buono che sin da piccolo aveva dovuto imparare l’arte di arrangiarsi. Forse era solo, non lo so. Ho sempre pensato che anni prima non sarebbe accaduto. Francesco era uno di noi. Abitava al Far West.

Eccolo adesso il quartiere. Le case popolari sempre lì, con al fianco al posto della vecchia mattoneria di Pupo i palazzoni da 17 piani dell’edilizia sociale. Dopo cinquanta anni sono arrivati i supermercati e l’ufficio postale. La scuola invece, la bella scuola intestata a Lorenzo Milani, non c’è più da anni. Ma è di domenica che bisogna entrare nelle stradine interne delle vecchie case popolari, camminare piano e ascoltare il silenzio in mezzo all’erba mai tagliata. Sì, il silenzio. Molte case sono chiuse, non si vedono più bambini giocare e non si sente più la musica diffusa ad alto volume dalle finestre spalancate e, dannazione, non si sente più nemmeno l’odore del pranzo domenicale. Eppure risenti, rivedi e annusi tutto. Sono rimasti in pochi, molti riposano sulla collina.

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