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Intervista al matematico francese, Medaglia Fields nel 2002, che mercoledì sarà all’Unical per una lectio magistralis

COSENZA – Al liceo alla matematica preferiva la letteratura e la filosofia. Ma era la prima che gli riusciva meglio e senza troppi sforzi: eccellere, in quel campo lì, gli veniva naturale.

Che non vi paia un’esagerazione, perché parliamo di Laurent Lafforgue, ex allievo dell’École normale supérieure di Parigi e professore all’Institut des Hautes études scientifiques di Bures-sur-Yvette, vincitore nel 2002 della Medaglia Fields, considerata il premio Nobel per la matematica.

 Lafforgue – che da anni dialoga e collabora con Nuccio Ordine, ordinario di Letteratura italiana presso l’Università della Calabria – mercoledì 18 dicembre sarà a Rende, per una lectio magistralis su “Matematica e Umanesimo”, voluta e promossa dal Centro internazionale di Studi Telesiani Bruniani e Campanelliani, insieme ai Dipartimenti di Studi Umanistici e di Matematica e informatica dell’ateneo cosentino.

L’appuntamento è alle 10 e 30 in aula magna. Apriranno i lavori i direttori dei due Dipartimenti – rispettivamente, i professori Francesco Garritano e Gianluigi Greco – e Ugo Moschella, ordinario di Fisica teorica dell’Università dell’Insubria e direttore della Lake Como School of Relativistic and Gravitational Physics. La lectio del professor Lafforgue, dal titolo “Matematica e Umanesimo”, sarà introdotta da Nuccio Ordine, ordinario di Letteratura italiana dell’Unical e presidente del Centro di Studi Telesiani.

Il giorno dopo, giovedì 19 dicembre, Lafforgue dialogherà con i matematici dell’Unical e con gli appassionati di matematica. L’appuntamento in questo caso è alle 9 e 30 nell’aula Pitagora, cubo 30B. Interverranno i direttori di Matematica e di Ingegneria informatica, Gianluigi Greco e Luigi Palopoli, i professori Ugo Moschella e Nuccio Ordine.

Alla vigilia dell’evento, abbiamo raggiunto telefonicamente il professor Lafforgue per un’intervista.

Ci sono alcune espressioni d’uso comune in italiano – come “la matematica non è un’opinione” o “2 più 2 fa 4” – che raccontano la matematica come la disciplina delle certezze. È questo il suo fascino?

«Non credo, o almeno non per me. Per me l’aspetto più affascinante e misterioso della matematica è la sua ricchezza, pur partendo da una lista molto corta di assiomi e proprietà che farebbe pensare invece a una disciplina povera. Sappiamo poi anche che quando una cosa in matematica è dimostrata, lo è per sempre. Per questa ragione i matematici hanno una fiducia nella verità che sicuramente è più grande rispetto a quella che nutrono i rappresentanti di altre scienze. Bisogna sapere tuttavia che l’esattezza in matematica è soltanto il primo grado della verità. La parola verità in matematica comprende altri aspetti, al di là dell’esattezza. Uno molto importante – che riprende, se vuole, quello che dicevo prima – è la fecondità. Non basta che un risultato sia esatto, è necessario – perché sia davvero importante e interessante – che sia fecondo, ovvero capace di generare un nuovo punto di vista, nuovi modi di pensare, altri risultati a partire dal primo».

In un recente dialogo con il professor Ordine, partendo da Grothendieck, lei ha parlato di verità ed errore. Dell’impossibilità di cogliere la verità nella sua totalità e del ruolo fecondo dell’errore nella ricerca. Nell’era della post verità e della diffidenza verso la scienza, è forse da qui – da questo atto di trasparenza, se vogliamo – che si può ricostruire un nuovo rapporto di fiducia tra scienza e società?

«Un’epoca di poca fiducia nei confronti della scienza? Non sono d’accordo. Mi sembra anzi che nella nostra epoca la scienza sia considerata l’autorità principale nella società. Quando si vuole convincere qualcuno di qualcosa si dice che è scientifico. Direi, quindi, che la parola scienza è continuamente utilizzata come argomento d’autorità. Il problema invece è un altro. Le scienze si sono sviluppate nell’epoca moderna in opposizione all’autorità degli antichi. Scienza e autorità sono state all’opposto. Al giorno d’oggi – in cui la scienza è diventata sempre più tecnica, sempre di più estremamente tecnica – mi sembra che la parola scienza sia utilizzata per invocare un’autorità suprema. Facendo così si voltano le spalle a ciò che gli scienziati hanno fatto per molti secoli. Stiamo assistendo a un capovolgimento completo: la scienza che ha messo in discussione il principio di autorità, ora si costituisce come un principio indiscutibile di autorità».

 Ci sono però controversie recenti – come quelle sui vaccini o, per parlare di fatti più italiani, sull’esperimento Sox dei Laboratori del Gran Sasso – che raccontano di un’opinione pubblica che diffida degli esperti.

«Mi pare che questi esempi raccontino di una popolazione che non dà fiducia completa all’autorità. E questa, in generale, credo sia un’attitudine sana. Quando la popolazione non accetta di buon grado il principio di autorità e ciò che dicono gli esperti, si mostra più fedele allo spirito scientifico delle origini rispetto agli esperti che reclamano un’autorità superiore che la gente semplice non avrebbe».

LA VERSIONE INTEGRALE DELL’INTERVISTA SULL’EDIZIONE CALABRESE DEL QUOTIDIANO DEL SUD OGGI IN EDICOLA O NELLO STORE DIGITALE

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