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Lo storico ex primario di Chirurgia oggi fa l’attore e ha fondato una sua compagnia

COSENZA – Dalla sala operatoria al palcoscenico, dall’ospedale al teatro. Un passaggio che ha segnato la nuova vita di Antonio Petrassi, il “professore” come lo chiamano in tanti, che alla soglia degli ottant’anni, si è messo a fare l’attore. Per passione, per divertimento. Per convinzione, anche. Ha fondato una sua compagnia, “Attori per caso”, per la quale ha in mente un futuro ben delineato. Un’idea alla quale è arrivato dopo aver recitato la parte di Smindiride, il protagonista de “I Sibariti” di Leopoldo Conforti che grazie a lui, e alla sceneggiatura che dal testo originario ha tratto Marcella Gagliardi Scervini, ha preso vita in scena. Quattro repliche: il debutto al Tieri, poi l’Officina delle Arti, alla casa famiglia “Impiombato” di Palmi e all’anfiteatro di Altomonte. Poi lo stop. Anche a chi ha fatto il chirurgo per una vita, evidentemente può toccare di stare dalla parte del paziente. Due date sono saltate, Sibari e Cirò Marina. Un intervento chirurgico improvviso ha stoppato l’attività teatrale ma non l’entusiasmo e la voglia di farlo, il teatro.

La nuova vita di Antonio Petrassi, dicevamo, comincia da qui, dopo 42 anni di carriera e la pensione arrivata nel 2004. E’ diventato primario nel 1974 all’ospedale di Vibo. Poi dal 1980 all’Annunziata. Mimmo Morogallo nel suo “Calabresi illustri in patria e nel mondo” scrive che ha compiuto almeno “20mila interventi in gran parte di alta chirurgia compresi i trapianti d’organo”. La barba che gli circonda il viso da qualche tempo è proprio un’eredità di Smindiride.

Da dove le viene tutta questa passione per il teatro?

«Dagli studi umanistici fatti ai tempi del liceo Telesio. Mi ero appassionato ai grandi poeti, ai classici. Una passione che non ho mai abbandonato, ho sempre letto molto».

Ma recitare è un’altra cosa e lei ha debuttato adesso, giusto?

«Sì. Con i Sibariti. E’ stata un’idea nata per caso, parlando con Conforti, la Scervini e Maria Cristina Parise Martirano. Nel saggio Smindiride è un giovane gaudente, abbiamo dovuto invecchiarlo. Non avevo mai recitato, neppure da ragazzo».

E come si sta sul palcoscenico?

«E’ un emozione importante, la si sente parecchio. Nel mio caso però sono stato facilitato dall”aver fatto tante conferenze, tanti convegni. A parlare in pubblico ero abituato».

Più emozionante il palcoscenico o la sala operatoria?

«La sala è molto più stressante e impegnativa. E poi un chirurgo deve riuscire a dominare le emozioni».

Ha fondato una nuova compagnia chiamandola “Attori per caso”. Che avete intenzione di fare?

«Il teatro si dice che è una droga. Posso confermare che è vero, ecco perchè con altri amici abbiamo deciso di fare questo passo. All’assemblea costitutiva eravamo venticinque soci. Vogliamo, con il teatro, valorizzare quella che è stata la nostra cultura, la nostra storia e portare alla luce testi, personaggi e zone che magari sono stati dimenticati».

Per esempio?

«Durante la mia convalescenza ho scritto due testi, uno sulla leggenda di Alarico e un’altro sulla natura dell’uomo. E’ una farsa che mette in luce il fatto che l’uomo sia sempre rimasto lo stesso nonostante il trascorrere dei millenni. E poi abbiamo in programma un adattamento del Giulio Cesare di Shakespeare».

Davvero? E lei chi farebbe?

«Antonio».

Ah però. Amici, romani, compatrioti, prestatemi orecchio: io vengo a seppellire Cesare, non a lodarlo.

«Sì. E abbiamo in mente di farlo a piazzetta Toscano. A Cosenza c’era un municipio romano, ci sono ancora resti archeologici. Ma sono luoghi oggi inagibili e forse sconosciuti ai più. Ho già parlato col Comune».

E cosa le hanno detto?

«Ho incontrato il sindaco Occhiuto e il suo capogabinetto. Gli ho esposto il nostro progetto e lui mi ha detto che ci darà una mano nell’allestimento di questo spettacolo che dovrebbe far parte della programmazione estiva. Piazzetta Toscano andrebbe ovviamente resa fruibile. Per Alarico invece mi sono rivolto alla Provincia».

E cosa le hanno risposto?

«Anche qui si sono dimostrati interessati. Sia per le prove che per lo spettacolo mi è stato detto che potremo sfruttare l’auditorium del liceo Telesio».

Sa che chi fa il teatro per mestiere si lamenta dei continui tagli alla cultura. Lei che ne pensa?

«E’ una situazione preoccupante, è difficilissmo trovare sponsor. Però noi siamo dilettanti, non facciamo queste cose per lucrare. Se ci aiutano gli enti, come spero, bene, altrimenti sarebbe tutto molto difficile».

Non si può non farle domande sulla sanità: le piace la politica della Regione?

«C’è la buona volontà, ci sono le enunciazioni. Il problema è che spesso si ferma tutto lì. Bisogna incentivare le realtà che producono e tagliare quelle che non lo fanno. La sanità è come una pianta malata dalla quale bisogna togliere i rami secchi ma nell’ansia di tagliare si corre il rischio di levare anche servizi essenziali».

Le piace l’idea di chiudere certi ospedali o riconvertirli?

«Sì. Sono molti i presidi inutili che pesano sull’economia. Molti ospedali in passato sono stati centri di potere del politico locale, non si può più tenerli in vita. In Calabria sa quanti ospedali basterebbero? Solo cinque».

Solo cinque?

«Tre nelle grandi città, uno sulla fascia jonica e un altro su quella tirrenica. Ma per ospedale io intendo una grande stuttura, seria, importante, all’avanguardia, non realtà piccole come quelle di oggi».

Il problema a quel punto sarebbe raggiungerli. Le strade in Calabria non è che siano così comode.

«Si può fare, si può fare. L’ideale è riconvertire i piccoli ospedali di oggi in Pronto soccorso. Per il trasporto oggi in ospedale si arriva anche con l’elicottero».

E quindi che facciamo, chiudiamo gli ospedali e compriamo gli elicotteri?

«Voglio dire che tutto va visto in un’ottica globale. Se un calabrese oggi deve fare un trapianto va a Roma, a Milano, negli Stati Uniti. E chi paga? La Regione. E quanto ci costa? Oggi soldi ce ne sono pochi e quei pochi bisogna cercare di risparmiarli e soprattutto investirli con criterio. Se non si investe quel poco che si ha non si produce nulla e le cose peggiorano. Questo è il dramma della sanità in Calabria e non dipende dal colore politico di chi governa».

La barba la taglierà?

«Certo. Quando faremo il Giulio Cesare».

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