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L'architetto Livio De Luca

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Quel 19 aprile del 2019, mentre le fiamme avvolgevano la Cattedrale di Notre Dame, Livio De Luca era sul treno che da Parigi lo portava a Marsiglia e il suo telefonino cominciò a squillare in continuazione. Era una chiamata alle armi. L’architetto nato ad Amantea in provincia di Cosenza, che da vent’anni vive nel sud della Francia e che è diventato direttore di ricerca al Cnrs, dedicando tutte le sue energie al progetto di digitalizzazione del patrimonio architettonico francese, non poteva che essere il candidato ideale per guidare il gruppo di lavoro chiamato a ricostruire la bellissima chiesa gotica.

“Dal giorno dopo l’incendio – spiega – sono stato letteralmente immerso in un giro di telefonate, scambi e richieste sia da parte del ministero della Cultura che da quello della Ricerca, perché c’erano delle questioni cruciali che riguardavano i dati su Notre Dame. Quanto possiamo sapere com’era la cattedrale prima dell’incendio? Era questa la domanda che ci veniva posta e alla quale dovevamo dare risposta, e questa questione precisa e semplicissima, ha permesso a tutti quanti di capire che tutto quello che avevamo fatto per vent’anni, era di vitale importanza”.

Ma il giorno più emozionante per Livio De Luca è stato quando, qualche giorno dopo l’incendio, ha ricevuto la telefonata dall’ufficio parlamentare francese che lo invitava a partecipare a un’audizione al Senato. Aveva quindici giorni di tempo per scrivere una relazione sui dati digitali di Notre Dame e sulle ipotesi di ricostruzione.

“Ed è stata la prima volta nella mia vita – ricorda – che sono riuscito a scrivere di getto, mi sentivo come un fiume in piena e quel giorno ho capito che non soltanto io, ma anche il mio laboratorio e la mia comunità scientifica, tutti, eravamo al servizio di qualcosa di importante”.

Il momento più doloroso per lui è stato entrare nella cattedrale e vedere macerie ovunque. Ma tutta quella violenza che si era abbattuta sulla bellezza, nel contempo gli ha dato anche la spinta emotiva giusta per chiedersi cosa si poteva fare per riportare Notre Dame agli antichi splendori.

Due gli aspetti positivi che sottolinea Livio quando parla del team di lavoro che è stato chiamato a comporre e a guidare. Il primo riguarda la totale disponibilità delle persone chiamate a far parte del gruppo e l’altro, lo spiega divertito, la possibilità di creare una squadra, una sorta di dream time, con i migliori specialisti al mondo.

La Calabria con le sue profonde contraddizioni, la ricerca di spazi di libertà e il continuo ritorno al passato per affacciarsi al futuro più saldo e consapevole di prima, sono gli elementi necessari per comprendere il percorso interno di Livio De Luca, che esalta la sua logica da migrante quando solo, senza relazioni e privo di qualunque protezione, è arrivato in Francia e ha deciso di fare tutto ciò che poteva per costruire il suo futuro. Tanto non aveva niente da perdere.

“Mio padre Adriano faceva l’architetto – racconta – e da quando sono nato l’architettura non era solo ciò che vedevo fare a mio padre ma era anche il luogo in cui vivevo perché quando io avevo cinque, sei anni, ci siamo trasferiti nella casa progettata da papà che era una sorta di piccolo manifesto dell’architettura contemporanea di quegli anni, ed era un invito a guardare gli spazi al di là delle consuetudini. E in questa casa, senza che ne avessi consapevolezza, vivevo già l’architettura ma non me ne interessavo”.

Livio ha il ricordo di tante discussioni dove lui e sua sorella Fabia, fin da piccolissimi, se da una parte venivano stimolati a studiare la realtà locale, dall’altra venivano proiettati verso altre realtà, altri mondi e altri modi pensare.

Suo padre era la spinta verso il futuro, verso il progresso, mentre sua madre Pina, seppur aperta al mondo, lo invitava sempre tenere ben presenti le questioni di cuore. E queste spinte, questa dialettica interna tra la proiezione verso il futuro e uno sguardo attento verso il passato, lo hanno sempre accompagnato in tutte le fasi della sua vita.

“La relazione tra passato e futuro sono delle mie riflessioni recenti, degli ultimi anni, da quando nel 2016 è morta mia madre – spiega -. Probabilmente questa specie di contrasto tra modernità e passato è proprio il pane quotidiano di chi vive in Calabria, al Sud in generale. Se io avessi inseguito solo la modernità, credo che non avrei concluso niente nella vita. Io ho fatto tanta musica, anzi, a un certo punto avrei voluto fare addirittura il musicista. Ma se un artista non ha la capacità di ancorarsi alle sue radici, non riuscirà a costruire nulla. Anche quello che faccio oggi, altro non è che proiettare il passato nel futuro”.

Dalla sua famiglia Livio ha avuto basi solide ma anche il luogo e le persone in contesti “improbabili”, gli hanno dato moltissimo, sia in Italia che in Francia.

Sua madre era un’insegnante delle scuole medie e aveva una visione del suo lavoro pari a quello di una missionaria. Lei si portava gli studenti a casa e i loro problemi diventavano oggetto di discussione dell’intera famiglia.

“Mio padre il lavoro l’aveva in casa e il suo rapporto con l’esterno era puramente professionale – precisa – mentre per mia madre era passionale, come lo era ogni relazione umana. Mamma mi raccontava che io da piccolissimo, avevo appena cinque anni, quando si svegliava la mattina mi trovava sul tavolo a disegnare di tutto, dagli uccelli alle formiche, fino al centro storico che vedevo perfettamente dalla collina dove abitavamo. Poi è arrivato il mio primo computer, il Commodore 64, e da allora ho iniziato ad avere la passione per l’elettronica. Ho lasciato così il disegno. Ho preso lezioni di pianoforte e la tastiera è diventata la mia prima passione in assoluto. Avevo tredici anni quando andavo a cercare nelle riviste specializzate quali erano gli strumenti musicali che avrei potuto utilizzare. Negli anni ho scoperto una tastiera che era la Yamaha diset, il primo sintetizzatore che è uscito, e oggi, guarda caso, un membro onorario di una parte dei laboratori del campus dove lavoro, è proprio l’inventore del diset. Queste tastiere mi consentivano di fare composizione con tanti strumenti e ho cominciato a suonare in un gruppo musicale con degli amici di Amantea”.

Il suo primo computer usato realmente per farci qualcosa e non per giocarci, Livio lo ha utilizzato proprio per registrare composizioni musicali.
Poi ad Amantea viene realizzato da Fausto Perri, un fisico che aveva lavorato negli Stati Uniti e aveva vinto un bando per sviluppare un consorzio specializzato nella catalogazione dei beni culturali, il primo CBC e Livio ha visto per la prima volta l’uso del computer in architettura.
“Proprio su quegli schermi – ricorda – ho potuto vedere la prima ricostruzione digitale di qualcosa di scomparso ed era un video che ricostruiva in 3D, Messina prima del terremoto. A partire da quel momento dicevo a mio padre che l’architettura non mi interessava ma ero molto affascinato dalla parte informatica. In quel periodo scoprivo anche la grafica e proprio in quegli anni, dove in estate facevo dei lavoretti per guadagnare qualche soldo, ho trovato lavoro in una tipografia di Amantea mentre si passava dalle lastre in piombo alle composizioni grafiche di stampa. Nella mia vita ci sono state figure importanti, fondamentali, come Geppino Veltri che portava noi ragazzini verso la musica e Mario Pellegrino che decise di investire in un rinnovamento tecnologico della sua tipografia, basandosi su ciò che io potevo sperimentare. Queste esperienze sono state preziose per me, perché in entrambi i casi c’erano persone che conoscevano le basi fondamentali di un mestiere che si faceva tradizionalmente, e che dovevano traghettare in una nuova era, quella digitale. Proprio loro, dopo molti anni, mi hanno consentito di fare pace con la Calabria e mi sono reso conto quanto realmente mi porto dentro la mia terra, sono proprio un calabrese, incarno tutto ciò che è stata la mia regione. Se avessi vissuto in un altro posto, non avrei potuto vivere questa transizione, perché in altri luoghi la modernità era già arrivata”.

L’architettura nella vita di Livio De Luca è sopraggiunta quasi per caso. Bisognava decidere dove andare all’università e suo padre gli fece notare che la sua generazione era stata costretta ad andare fuori mentre lui avrebbe potuto rimanere in Calabria. Poi gli sconsigliò di fare architettura perché era ormai un settore in crisi. Ma ciò che affascinava Livio non era l’architettura ma la sperimentazione del computer in questo settore e solo per questo decise di iscriversi alla facoltà di Architettura a Reggio Calabria. Ma ben presto di rese conto che la maggior parte dei professori era contrario all’uso dei computer, addirittura alcuni lo vietavano e solo in pochi lo guardavano con curiosità. Ma soprattutto nessuno era in grado di insegnargli qualcosa.

“Ho fatto i miei studi – continua Livio – e ho avuto un maestro fondamentale in Antonio Quistelli, che è stato rettore per tanti anni dell’Università di Reggio Calabria. Lui mi ha accolto nel suo staff come un maestro di bottega in un periodo in cui c’era un vero dibattito critico sui saperi consolidati e la tecnologia innovativa che per me rappresentava un’ennesima transizione. Io parlavo sempre di progetti, non mi ero mai occupato di patrimonio. L’unica esperienza l’ho fatta per l’esame di restauro nella chiesa Santa Maria dei Tridetti di Staiti, in cui per la prima volta mi sono confrontato con il reale”.

Gli anni reggini furono molto intensi per Livio ma sapeva bene che se voleva dare forma ai suoi progetti, doveva percorrere altre strade. C’erano due posti in cui poteva andare a studiare: uno era il MLT di Boston e l’altro istituto si trovava a Marsiglia, dove erano pionieri dell’uso del computer in architettura. Alla fine scelse di rimanere in Europa perché il master americano costava cinquantamila dollari. E da migrante del sud decise di trasferirsi in un altro sud.

“La Francia molti anni fa ha fatto delle scelte strategiche proprio per sviluppare dei poli di eccellenza scientifica al sud – continua Livio – e in questa direzione la Provenza è la meta più ambita. Quando sono arrivato qui è stata durissima, non dormivo per studiare, avevo il problema della lingua e soprattutto cambiavo disciplina perché io dovevo fare un master in informatica. Ma è stato anche un periodo in cui ho potuto lavorare su di me. Sono comunque riuscito a costruire molto e l’anno dopo per un soffio sono riuscito anche a vincere una borsa di studio per fare una tesi di dottorato in ingegneria informatica. Ma il mio sogno assoluto era entrare nel Cnrs, sapevo che era molto difficile, lo è ancora oggi, e si potevano fare al massimo tre tentativi. Io feci il concorso presentando un progetto per il ministero della Cultura e al terzo tentativo riuscii ad entrare”.

E poi iniziò un periodo di gran fermento culturale perché mentre Livio sviluppava delle tematiche di ricerca nuove, sapeva di poter contare sul ministero della Cultura che vedeva nel suo lavoro delle prospettive reali e concrete.

“Ciò che mi ha aiutato a realizzare i miei progetti – spiega Livio – è stato uscire dalla zona di comfort, non pensare mai di aver raggiunto qualcosa e avere la volontà di mettermi in gioco continuamente. Infatti, appena raggiungo qualsiasi sapere consolidato, sento il bisogno di rimetterlo immediatamente in discussione e non per distruggerlo ma per migliorarlo, e questo è quanto di più distante c’è come atteggiamento da molte attitudini tipiche del Sud, dove uno pensa di poter costruire solo se ha il consenso di qualcuno”.

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