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La copertina del libro di Paride Leporace

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Una locandina, nelle immediate adiacenze di un’edicola, pubblicizza un libro di recente edizione per i tipi di Pellegrini: “Cosangeles”, di Paride Leporace. Più che il titolo, il nome dell’autore induce all’acquisto per una non nuova, particolarmente apprezzata attività nei panni del giornalista che ora scambia con quelli del narratore.

L’incipit è una dichiarazione di radicale appartenenza a una città, teatro d’azione dei tanti personaggi che compaiono a turno, alcuni frequentemente, altri per il tempo di una citazione, peraltro sempre motivata, mai ridotta a un nominativo, altri ancora per tutto il percorso narrativo.

Una sorta di Amarcord di felliniana memoria, verrebbe fatto di qualificarlo per il tessuto strutturale sotteso al tutto, in cui il passato evocato mantiene intatta la sua “presenza”, malgrado il velo di Maia di nostalgia/malinconia. Il richiamo a Kavafis è perciò, più che motivato così come a Lee Masters, in primis, per una Spoon River in cui non i morti parlano, ma i sopravvissuti quasi riesumandoli come abitualmente si fa senza ricorrere ad artifici poetici.

Ci si chiede di solito fino a qual punto le vicende, comunque narrate, ricorrendo allo scritto alle immagini fisse o in movimento, rivelino la presenza dell’autore in ottica più o meno autobiografica, nello specifico la risposta è scontata, dal momento che la dominante personalità di chi scrive, quasi intento a vergare le pagine di un diario, filtra gli eventi trattenendo quelli utili all’esigenza del dire.

La cronaca, in tal modo, perde l’effimero che la caratterizza acquistando più duratura consistenza, così come il provincialismo che sembra inficiare l’importanza del tutto.

Limitandoci, per un attimo, a un aspetto marginale della faccenda, è lecito chiedersi autocriticamente perché nessuna reazione suscita nel settore la denominazione di un qualsiasi luogo straniero in cui è ambientata una vicenda, mentre lo stesso non accade leggendone altre come Portapiana, Spirito Santo, Massa, ecc., quartieri che, unitamente a strade, piazze, vicoli, spianate contribuiscono all’ambientazione evocativa di bar, club, cinema, circoli culturali, botteghe artigiane, gelaterie, mentre singoli venditori commercializzano i loro prodotti in postazioni fisse (fritture, ciambelle) o in movimento.

Il tutto con felici tocchi descrittivi: “Un ramo di fico in un muro torto di pietre, finestre con infissi artigianali pieni di spifferi aprivano il mondo a opere e giorni segnati dal clima delle stagioni, passava ogni tanto Ciccillo con caramelle artigiane avvolte in carte colorate”.

Abitualmente le recensioni prevedono una sintesi più o meno lunga dei contenuti, saggistici o narrativi che siano, associata a un’analisi critica delle opere prese in esame. Nello specifico, è del tutto impossibile seguire la regola, perché dipanare la matassa delle vicende narrate, con la necessaria esaustività, comporterebbe la riproposizione sic et simpliciter del testo, quasi sul filo dell’aneddotica borgesiana, ma soprattutto perché gli spunti critici (dalle problematiche esistenziali ai rapporti con Roma, alla polemica, talora al sarcasmo nei confronti di atteggiamenti mentali di massa, radicati profondi) non reggerebbero se sganciati da essa.

Una questione è, comunque, da chiarire: il significato del titolo, palese sintesi o contrazione di Cosenza e Los Angeles, apparentemente espressione di un provincialismo di maniera, da sempre teso a magnificare, esaltandoli, il marginale, il periferico, l’anacronistico, che lo distinguono, caratterizzandolo.

In qualche caso, tuttavia, non è da escludere una compiaciuta, autocanzonatoria, burlesca, dissacratoria volontà contestativa.

Si narra nel libro un aneddoto: un personaggio, Jo Pinter, cosentino doc, al quale la “divina” Ornella Muti avrebbe chiesto il luogo di provenienza avrebbe risposto: “Di Cosangeles. Calabriornia. A trenta chilometri da San Francisco di Paola”.

Post scriptum: mi ha deliziato e continua a deliziarmi la lettura dell’inizio del capitolo intitolato: “Tortuga”: «Era di maggio come dice la canzone. Walter e Pigi andavano a Paola, stazione di Paola…».

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