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Fabio Vincenzi, responsabile del sistema teatrale e cinematografico dell’Unical

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NEL PANORAMA teatrale calabrese quella di Fabio Vincenzi è sempre stata una voce autorevole e ascoltata. Non solo per il suo ruolo di responsabile del sistema teatrale e cinematografico dell’Unical, ma soprattutto per l’esperienza maturata in tanti anni sul campo, in Calabria e non solo, a partire dagli anni dell’Accademia di Palmi. E’ insomma tra le personalità maggiormente riconosciute per conoscenza del sistema teatrale e delle leggi che lo governano, ne declina pregi e difetti, ne avverte sprechi e zone grigie. E interviene duramente sulla denuncia che Dario De Luca di Scena verticale ha voluto lanciare dalle pagine del Quotidiano (LEGGI) a proposito dei ritardi nell’erogazione dei contributi e dei finanziamenti alle compagnie teatrali calabresi e non solo. E lo fa partendo proprio da quella legge sul teatro calabrese che anche lui, insieme ad altri, ha contribuito a far scrivere in più incontri col presidente della giunta regionale oggi uscente, Mario Oliverio. Una legge che ha fatto presto però a incontrare diverse difficoltà.

«Ed è un peccato, perché questa legge prevedeva di regolare interamente l’attività teatrale – racconta – dalla produzione alla circuitazione, dalla programmazione ai festival, dalla promozione al rapporto col teatro amatoriale».

E cos’è andato storto?

«Che nella pratica non è stata finanziata. O meglio, è stato finanziato un articolo solo, quello della produzione. Ma a che serve sostenere la produzione di spettacoli se poi non si fanno circuitare, non si promuovono e quindi non li vede nessuno?».

Un problema di soldi o di legge, scusi?

«Di soldi nella misura in cui gli altri articoli dovevano essere finanziati da progetti appositi e non è stato fatto. Ma va tenuto presente che questa legge non serviva agli spettacoli e basta. Serviva a creare un sistema teatrale regionale. A creare un futuro, ad aiutare le giovani e piccole compagnie e a pensare a quelle che verranno dopo. Sa quali furono le prime cose che chiedemmo ad Oliverio alla prima riunione?»

Quali?

«Programmazione e tempi certi. E ricordo che facemmo questo esempio: se mi dai 100mila euro e mi obblighi a spenderli entro domani, mi stai creando un danno. Se mi dai 25mila euro, cioè un quarto della somma, e mi dai sei mesi per spenderli, allora il mio intervento sarà incisivo. Invece in Calabria i bandi per le manifestazioni arrivano a celebrazione quando le manifestazioni sono già finite e i costi, per gli organizzatori, già belli e sostenuti».

Con che tempi arrivano i fondi?

«Anche con un anno e mezzo di ritardo. Ma se uno chiede un finanziamento di 10mila euro per un festival, ed è costretto ad anticiparli, in un’economia come quella della Calabria, allora non ha bisogno dei soldi. Delle due, l’una. O la gente si indebita oppure ruba. De Luca ha parlato dell’indebitamento che è costretto a fare ogni anno. Altri rinunciano in partenza. Ma mi chiedo: è giusta questa cosa?».

Anche lei allora converrà che la burocrazia è la madre di tanti problemi.

«La burocrazia uccide. Ed è intollerabile nel 2020. Per ottenere un finanziamento da 10mila euro, per tornare all’esempio di prima, si deve fornire un’infinità di carte, cioè di quegli elementi che allungano una burocrazia che è già di suo lentissima e farraginosa».

Può farci un esempio? Una compagnia quante carte produce?

«Prendiamo una compagnia media che in un anno prende un finanziamento di 100mila euro. Io le dico che questa compagnia può produrre dalle 150 alle mille fatture. E per queste mille fatture, mille contratti. E per questi mille contratti, mille bonifici. A questo punto si porta tutta questa mole di carta in Regione dove, per il controllo o c’è una task force che lavora 24 ore al giorno, e per una sola compagnia, oppure dove diventa evidente che tutto questo processo è assolutamente infausto».

E una volta portato il faldone in Regione che succede?

«C’è un controllo di primo tipo a cura di un funzionario, che controlla le carte e, se qualcosa non la capisce, vuole dei chiarimenti. Fa una relazione e la manda al dirigente di settore. Il dirigente di settore controlla il lavoro del funzionario e fa un’altra relazione. Il tutto passa poi alla Ragioneria che fa un ulteriore controllo e poi se è tutto a posto passa alla liquidazione. Passa un anno e mezzo. Poi, se un Durc è sbagliato per 20 euro, capita che restino bloccati tutti i 100mila euro dell’esempio. Si può andare avanti così? No».

Potesse migliorare tutto con una bacchetta magica, cosa farebbe?

«Basterebbe una dichiarazione del legale rappresentante, controfirmata da un commercialista, che attesta quello che è stato fatto da una compagnia. Poi, è chiaro, che a campione possano scattare i controlli. Perchè le truffe si denunciano, ma non vanno affrontate preventivamente pretendendo pure i bonifici della carta igienica. E poi avere personale nei settori adeguati al curriculum sarebbe un altro bell’aiuto. Ma servirebbe anche altro. Collegamenti, per esempio».

Collegamenti?

«Questa non è una regione che si può governare come se fosse una città. Abbiamo cinque province che hanno un’anima completamente diversa. E scrittori da Alvaro a Repaci, da Donnu Pantu a Ciardullo che hanno prodotto e diffuso dialetti e mentalità a volte incomprensibili tra di loro. Come si vuole recuperare un centro storico se in quel centro storico non ci si manda, insieme al recupero delle case, uno storico, una compagnia, un musicista, un poeta, un cantore, uno studioso che ti raccontano la storia di quel posto? E la storia insieme all’enogastronomia, all’enologia, all’agricoltura…»

Una situazione da compartimenti stagni, insomma.

«Gliene dico un’altra. Come mai non c’è una correlazione tra la legge del teatro e quella sul cinema? E io sono ben contento del lavoro che si sta facendo sul cinema, sia chiaro. Eppure qui esistono delle compagnie, esistono degli attori, abbiamo pure degli spazi molto importanti, da che mondo è mondo la palestra di ogni attore è il teatro. Invece si ragiona a compartimenti e questo sottolinea una volta di più come non ci sia un disegno unico».

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