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Wilma Labate (al centro) durante la consegna del premio Mario Gallo

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CONTINUA il nostro incontro settimanale con le professionalità della migliore produzione cinematografica italiana. Questa settimana abbiamo conversato con Wilma Labate, regista e sceneggiatrice. Premio Mario Gallo 2018 per il bellissimo documentario Arrivederci Saigon – in collaborazione con il MyArt Film Festival – la Labate ci ha risposto da una Roma silenziosa e pulita, inimmaginabile fino a qualche mese fa.

Wilma Labate, siamo già alla quarta settimana di isolamento, o forse è la quinta o la sesta…

«È il nostro nuovo stato, il nuovo stile di vita che riguarda tutto il mondo e soltanto soffermarsi per un attimo, tra una faccenda domestica, la cucina, l’ascolto delle notizie, il rituale della lettura della posta e dei messaggi (milioni e quasi tutti inutili), la lettura e finalmente la visione di un film o di una serie, ci regala una sensazione agghiacciante».

Provi a raccontarci le sue emozioni di questi giorni…

«Forse ci siamo leggermente anestetizzati, come se lo spirito di conservazione agisse da farmaco per sopportare la paura; ci diamo da fare come pazzi e una giornata non ci basta più per espletare il poco che ci spetta, ma se ci soffermiamo a pensare rischiamo di impazzire. Meglio agitarsi nelle nostre case e continuare a esercitare un attivismo iperattivo, va tutto bene pur di arrestare il pensiero. E invece proprio quello ci aiuterà, se ne usciremo. Si fa un gran dire che la cultura ci aiuta. Ed é vero, la cultura, resa accessibile a tutti allo stesso modo della sanità ed il pensiero, mai come ora sono indispensabili strumenti per elevarci dalla ripetitività dei gesti quotidiani e per distanziarci dalla stretta contingenza che ci vede vivere come prigionieri».

L’eccezionalità della situazione ci aiuta a rivedere con spirito critico il nostro recente passato?

«Abbiamo pensato troppo poco negli ultimi trenta, quarant’anni, presi com’eravamo a interpretare il mondo che cambiava tanto rapidamente che nessuno ci ha capito niente, o pochi, troppo pochi che non abbiamo avuto il tempo di ascoltare. Eppure avremmo dovuto accorgerci che forse non ce l’avremmo fatta ma è il mercato bellezza, e noi dietro, senza capire. Abbiamo vissuto epoche superficiali, sbalorditi a guardare i bambini giocare con la tecnologia con una capacità che non ci apparteneva e allora ci siamo messi a tentare di possederla anche noi, consapevoli che senza non avremmo potuto sopravvivere. Eppure oggi la tecnologia ci aiuta, è un sollievo all’isolamento, ci consente una comunicazione succedanea che comunque ci dà qualcosa, ma è diversa dal contatto umano».

Vuole dire che un virus ci sta spiegando l’importanza delle relazioni umane?

«È proprio il contatto umano e fisico che abbiamo frequentato poco prima dell’evento, non abbiamo avuto il tempo di preoccuparci, sempre a correre, a inseguire il rapido avventurarsi delle cose. Ma con il contatto umano si sviluppa il pensiero, con lo scambio, l’ascolto e la riflessione. E ci siamo ritrovati a scoprire che un papa quasi quasi la pensava come noi perché parlava di ambiente, di tolleranza, di accoglienza, di donne, di sud, mentre noi, devastati dall’assenza della politica, tagliati fuori da tutto, attoniti per la mancanza di movimenti che continuavano a nascere e a morire troppo velocemente, ci rinchiudevamo sempre di più in noi stessi. Ripiegati a osservare il nostro modesto ombelico senza accorgerci che c’erano troppe cose insopportabili. Ma le abbiamo sopportate, abbiamo tirato avanti con la speranza di un futuro migliore. Ora facciamo i conti con i nostri pensieri asfittici che non abbiamo più esercitato all’analisi, inconsapevoli di quello che ci sta accadendo, ora che il pensiero ci è indispensabile per sopravvivere, siamo sbalorditi per la portata della cosa. La cosa di cui sappiamo poco, tutti, non solo noi anche i potenti, o ci farà cambiare o è destinata a vincere».

Intanto il Cinema non l’ha delusa, neanche questa volta…

«Mentre scrivo mi viene in mente la scena di un film di Fellini in cui un immenso Ciccio Ingrassia, malato mentale che trascorre una giornata di libertà dall’ospedale, si arrampica su un albero e grida a pieni polmoni: “voglio una donna”. Non mi sono chiesta, mentre mi commuovevo davanti a quelle immagini, come le donne del movimento, le mie compagne, avessero interpretato quella richiesta di amore. In queste mie giornate di reclusione, il Cinema, mi aiuta a vivere momenti quasi felici. Ho avuto la fortuna quest’anno di imbattermi in un lavoro nuovo, l’avevo già fatto in passato ma mai in modo così organico: ho insegnato per alcuni brevi periodi della mia carriera ma in questi ultimi mesi la scuola di cinema Volontè mi ha assorbito molto, anche perché costretta a confrontarmi con il metodo della lezione in accesso remoto. Sette allievi, tutti ventenni che arrivano dal centro sud, che dovranno realizzare il loro primo cortometraggio e raccontare la loro vita in casa, le loro famiglie, i loro coinquilini e quello che accade fuori, senza poterlo vedere. Una sfida eccellente perché ognuno di loro potrà confrontarsi con i loro pensieri più intimi, con la capacità di raccontare, con i timori, gli errori, i capitomboli, il giudizio dei loro colleghi, e tutto questo è vita. Meno male che c’è il cinema».

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