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Fabrizio Gifuni e Davide Manuli col Premio Mario Gallo

Tempo di lettura 3 Minuti

CONTINUANO le nostre incursioni nel cinema fuori dagli sche(r)mi. Questa settimana abbiamo “incontrato” Davide Manuli, regista indipendente, magnetico, libero, uno dei pochi autori italiani capace di unire sperimentazione e coerenza estetico-stilistica. Il suo cinema – infarcito di Samuel Beckett, Eugène Ionesco, Harold Pinter, Antonin Artaud – attraverso la rappresentazione del non-sense e dell’assurdo e utilizzando diversi linguaggi artistici, indaga le dinamiche relazionali della società contemporanea.

Manuli arriva a Cosenza nel 2013 su invito della Cineteca della Calabria, per presentare la sua opera terza La leggenda di Kaspar Hauser, dopo il folgorante esordio con Girotondo, giro attorno al mondo e Becket. Ad accompagnarlo per ritirare il premio Mario Gallo assegnato ad entrambi, l’attore Fabrizio Gifuni che di lui ha detto: «…. è un poeta, un talento puro che andrebbe protetto. Il suo linguaggio ha uno stile di un’evidenza poetica così forte che non può non essere notato».

Davide, dove sta trascorrendo questo periodo e come lo sta vivendo?

«Sono a Roma come sempre. La situazione è molto preoccupante soprattutto per un motivo particolare: mettiamo il caso che la tanto pronosticata “seconda ondata” di virus in autunno si avveri sul serio, e quindi nuovo lockdown e nuove restrizioni… questo potrebbe facilitare il processo politico per il vaccino e la app obbligatorie per legge e non più facoltative?»

La perdita di senso, l’assurdo – temi fondanti del suo cinema – sono diventati il leitmotiv della nostra esistenza.

«Si, dal 2000 al 2020 il titolo del racconto unico mondiale è stato più o meno “sedazione e confusione” attraverso la creazione delle “fake news” contro “non-fake news” sui social, che hanno contribuito a dire tutto e il contrario di tutto nello stesso tempo, creando così il terreno fertile perfetto per la confusione e sedazione totale delle coscienze umane attraverso l’informazione. Adesso con l’entrata in campo del virus si è aperto un nuovo capitolo del racconto unico mondiale che più o meno potrebbe essere “Sperimentazione mondiale pre-Orwelliana”».

Produzioni ferme, sale chiuse, festival in sospeso. È tutto da ridefinire: dai contenuti al rapporto col pubblico. Il cinema prova a reinventarsi o finge di farlo?

«Il cinema può esistere solo per lo streaming diretto, come Roma di Cuaron, per fare un esempio. Le sale non possono più sopravvivere ai costi di gestione precedenti versus i nuovi fatturati distrutti dal distanziamento sociale. Solo operazioni che vanno direttamente in streaming potranno essere prodotte e distribuite per fare degli incassi. Il cinema come opera d’arte autoriale per il piccolo pubblico non può più esistere».

Che posto occupa in tutto questo il suo cinema “libero”?

«In realtà non occupa più un posto, sono anni che non mi permettono più di produrre i miei lavori, dal 2012. Faccio altro nella vita da tanti anni oramai».

Cinema, teatri, sale di concerto, associazioni culturali, rischiano di morire e di non riprendersi più. Ci affacciamo verso un mondo dove la gente starà sempre di più chiusa in casa, sempre più diffidente, imbottita di televisione, sempre più appiattita, più conformista.

«Va bene stare chiusi a casa… ma qui si tratta ancora di capire come la gente potrà guadagnarsi lo stipendio di fine mese. Non si può stare a chiusi a casa all’infinito senza più un lavoro e senza più soldi».

Dopo La leggenda di Kaspar Hauser, ha iniziato a lavorare a un film con Abel Ferrara protagonista che si sarebbe dovuto chiamare “Haiku”. La storia di un padre ed una figlia che non si sono mai visti, e che si incontrano sulla sommità di una montagna il giorno in cui il padre ha organizzato il proprio suicidio. Cosa ne è stato di questo progetto?

«Quel progetto è morto dopo poco tempo come altre decine di miei progetti: impossibile trovare produttori ed enti finanziatori».

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