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Stefano D'Orazio a Cosenza nel 2013

Tempo di lettura 4 Minuti

Pubblichiamo l’intervista a Stefano D’Orazio, scomparso ieri per il Covid, realizzata per il Quotidiano, uscita il 15 marzo 2013, in occasione della presentazione a Cosenza della sua biografia “Confesso che ho stonato”

«IL MIO libro? Un’autobiografia sputtanante». Stefano D’Orazio ha deciso di vuotare il sacco. Di dire tutto. Una vita da Pooh con appendice da scrittore nella quale ripercorrere anni, concerti, situazioni, emozioni, donne e uomini incontrati su un percorso, da Pooh, terminato qualche anno fa, ma che ancora va avanti nella voglia di raccontare, di suonare, di dare vita a un’emozione «ma senza quella rigida scaletta che erano diventate le mie giornate quando facevo parte del gruppo. Ogni giorno si programmava il giorno dopo. Orari, partenze, arrivi. Ad un certo punto ho detto basta. E adesso eccomi qui».

Qui significa Cosenza. Domani alle ore 18 presenterà, appunto, la sua biografia “Confesso che ho stonato” invitato dal Circolo della Stampa di Cosenza “Maria Rosaria Sessa” e dalla galleria d’arte Ellebi, a via Misasi, dove incontrerà la città.

Dicono le presentazioni: questo libro racconta il peggio di lei. Veramente?

«Certo. Senza ritegno. Sa che ho ritrovato le mie agende degli anni ’70? Annotavo tutto. Date, concerti, incontri. E sono tornate buone anche per scrivere questo libro, un’occasione per fare il resoconto di una vita e anche per togliermi qualche sassolino dalle scarpe».

E qual è quello più grosso?

«Credo quello che si riferisce al fatto che i miei compagni non vollero farmi cantare una canzone che avevo scritto per mio padre che era appena morto. I Pooh sono andati avanti per così tanto tempo anche perché al nostro interno c’erano delle regole ferree la più importante delle quali era che il gruppo veniva prima di ogni altra cosa. Dissero che il testo non andava bene, la musica restò quella ma cambiai le parole. Nacque così “Innamorati sempre, innamorati mai”. E ogni volta che l’ho cantata ho sempre pensato ad altro».

Altra grana: è vero che non avete mai perdonato a Riccardo Fogli di essersene andato perché si era innamorato?

«Ma no, lo abbiamo perdonato subito, invece. L’errore fu proprio averlo lasciato andare. Nel senso che se fossimo stati meno fiscali avremmo avuto la possibilità che Riccardo raccontasse ancora con noi le sue emozioni. Poi però al suo posto arrivò Red e fu sicuramente un ingresso importante».

Lei nel libro fa spesso riferimenti agli incontri che ha avuto nella sua vita e nella sua carriera. Iniziamo forse dal primo e più importante: i Beatles.

«Fu una folgorazione. Una mia amica mi prestò il suo disco e io rimasi incantato da quella musica e decisi che avrei voluto rifarla. Pensi che riuscì a registrarlo con un vecchio registratore facendo probabilmente la prima copia pirata della storia».

Altro incontro: Totò.

«Un mito assoluto. Feci la comparsa nel suo ultimo film, un episodio di “Capriccio all’italiana”, diretto da Steno. Io ero uno di quei capelloni che stava sotto di lui seduto su un trono. Durante le riprese mi misi a ridere, mi sgridarono, lui intervenne e con un sorriso disse: “Ma no, su, forse faccio ancora ridere”. Era invecchiato, credo fosse il periodo in cui era completamente cieco o quasi».

Il teatro resta però una specie di costante della sua vita: lei ha lavorato anche con Carmelo Bene.

«Sì. Suonavo la batteria nei suoi spettacoli d’avanguardia. Erano serate nelle quali lui finiva la sua performance e poi non permetteva al pubblico di uscire: li costringeva al dibattito e a dire quello che avevano capito».

Crescere a Roma in quegli anni deve essere stato piuttosto formativo per un artista.

«C’era un fermento incredibile, sì. E noi appassionati suonavamo per emulazione. Anzi, prima per cuccare le ragazze. E poi per emulare quelli più bravi».

Ma come si fa a cuccare se si suona la batteria?

«Infatti fu una scusa: io non sapevo suonare. Era solo che dicevo che suonavo la batteria altrimenti qualcuno avrebbe potuto portare una chitarra e allora sarei stato nei guai. Poi la batteria, quella batteria che mi portò la Befana a sei anni, diventò gran parte della mia vita».

Quanto sarebbe difficile, oggi, fare un percorso come quello che ha fatto lei?

«Direi impossibile. Oggi ci sono i talent ai quali si presentano migliaia di giovani e dai quali arrivano ragazzi veramente di talento. Solo che sanno alla perfezione come stare su un palco ma non quello che c’è sotto il palco».

In che senso?

«Nel senso che un artista, un cantante, un ragazzo, deve rispettare i tempi della sua crescita, che sono i suoi e solo i suoi. Qui un altro po’ e il sindaco consegna le chiavi della città a un ragazzo uscito da un talent e che ha appena 13 anni. Difficile poi far capire che si deve crescere sempre, che si deve sempre tentare di migliorare e migliorarsi. Della mia generazione nessuno è uscito da una scuola»

Per voi la scuola migliore qual è stata?

«La cantina. Il garage. Le balere dove c’era anche chi ti prendeva a schiaffi sul collo se suonavi male. Queste cose i ragazzi oggi quando le vedono, quando le vivono?».

Lei arriva a Cosenza dove qualche anno fa insieme ai Pooh raccoglieste dei fondi per aiutare l’associazione “Gianmarco De Maria”.

«E’ vero. E fu un’esperienza bellissima. Incontrammo queste persone che volevano veramente dare una mano alle famiglie dei bambini ricoverati. So che c’è una struttura che li ospita e i primi a beneficiarne sono proprio i bambini che possono sentire vicine le loro famiglie in un momento molto delicato come lo è sempre la malattia».

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