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Roberto d'Alessandro nei panni di Remigio, personaggio di Casa di pazzi

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TEATRI pronti alla ripartenza. Certo, non dappertutto, molto dipende dalla colorazione delle regioni e dall’andamento della pandemia, e in Calabria non ci sono ancora slanci, in questo senso. C’è però chi, come il calabrese Roberto D’Alessandro, è pronto e con il suo spettacolo “Casa di pazzi” sarà dal 25 maggio al 13 giugno al teatro Manzoni a Roma. Il Manzoni ha riaperto i battenti il 4 maggio con “Oggi e già domani”, con Paola Quattrini in replica fino al 23. Accanto a D’Alessandro, invece, Enzo Casertano. La regia è di Silvio Giordano.

Sicuramente non è un debutto come gli altri. Sensazioni, paure, emozioni?

«No, non è un debutto come gli altri. Ma non per il fermo ormai di un anno. Non ho astinenza da palcoscenico, e in questi mesi difficili sono riuscito comunque a lavorare. Mi emoziona però riprendere Casa di pazzi, una mia commedia che amo molto».

Cosa ha detto ai suoi compagni di scena quando vi siete ritrovati per le prove?

«Una frase di Enzo Tortora quando tornò in televisione: “Dove eravamo rimasti?”».

Questo periodo di chiusura forzata ha insegnato qualcosa all’artista D’Alessandro?

«Sicuramente ha influito e peserà su quello che produrrò, ma non so se mi ha insegnato qualcosa come artista. Avrebbe dovuto forse insegnare qualcosa all’uomo D’Alessandro».

E allora cosa ha insegnato la pandemia all’uomo D’Alessandro?

«Non lo so se mi ha insegnato qualcosa. Certo, mi ha privato di vedere i miei genitori, ma mi ha costretto a stare più tempo con la famiglia che purtroppo quando lavoro vedo poco. Non lo so, ho sempre pensato che la sofferenza non insegni niente, non serva a niente».

Cosa, il teatro, dovrebbe avere imparato dallo stop legato alla pandemia?

«Ad essere più equo, sia nei vari ruoli, tra attori, registi, produzioni, sia territorialmente. Purtroppo il sistema che abbiamo non è equo, è pensato proprio per non esserlo. E adesso con questo ritorno lo sarà ancora di meno. E’ come se avessimo perso un’occasione. Avremmo dovuto mandare tutto all’aria e riscrivere tutto, ma non ci riusciamo, perché, come dicevo, la sofferenza non serve a niente, anzi ci rende più cattivi. Impareremo a ricominciare e lentamente torneremo alla normalità, che era e resta esattamente il nostro problema».

Che reazioni si aspetta da parte del pubblico?

«Questa mia commedia parla della difficoltà di una famiglia a gestire un malato psichiatrico in casa. Con la chiusura dei manicomi in seguito alla legge Basaglia molti malati psichiatrici restano in casa, quando va bene, altrimenti molti diventano i barboni che vediamo per strada. E’ gente che avrebbe bisogno di Tso. È un dramma che purtroppo viene totalmente ignorato. Vederla, in questo momento, una commedia come questa adesso può avere un effetto moltiplicato sull’emotività del pubblico».

Prima ha fatto riferimento ai suoi lavori recenti: cosa ha fatto nei mesi scorsi?

«A fine settembre ho debuttato con quel meraviglioso lavoro che è “Emigranti” di Mrozek messo in scena per l’ambasciata polacca in Italia. Poi ho finito di girare un film a metà marzo»

Pandemia a parte, quando la rivedremo in Calabria?

«Non lo so. Mi auguro presto».

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