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Isola, il figlio del boss "scagiona" la Girasole
«Nelle intercettazioni parlava del sindaco Bruno»

Calabria

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CROTONE - «Per ciò che attiene mio fratello Pasquale (che non è quello che lavora al Comune di Isola di Capo Rizzuto) posso solo dire che la frase intercettata dalla Guardia di finanza, “300 voti”, non è stata esattamente compresa e trascritta. Lui, infatti, stava parlando di altro politico, di sesso maschile e non della Girasole e disse “300 volte”, indicando un andirivieni da Crotone e non un numero di voti». 

Il politico in questione, secondo quanto riferito in aula ieri, nel corso di dichiarazioni spontanee, da Massimo Arena, figlio del boss Nicola, è «l'attuale sindaco di Isola Capo Rizzuto, Gianluca Bruno». Quello che alle elezioni della primavera 2013 ha battuto l'uscente Carolina Girasole, sotto accusa, insieme agli Arena, nel processo Insula, anche per voto di scambio politico-mafioso. Davanti al Tribunale penale di Crotone, al termine di un'udienza caratterizzata da schermaglie tra accusa e difesa in relazione all'acquisizione dei mezzi di prova, Arena, chiedendo la parola - «fatemi sfogare, in carcere si muore» - ha fatto riferimento espressamente a Bruno nell'esplicitare il reale – a suo dire – significato di un brano intercettato il 27 ottobre 2010. Un riferimento, forse, alle competizioni provinciali del 2009, in cui Bruno risultò eletto (fu anche nominato assessore)? Il figlio dello storico boss ha denunciato un altro «errore di interpretazione o di trascrizione della telefonata, perché io non ho detto mai le parole “mille voti”, ma la vera frase pronunciata (il 24 ottobre, ndr) è stata: “n’atra vota”», con riguardo a un'altra intercettazione chiave dell'inchiesta, quella che suffragherebbe l'impegno elettorale del clan per la Girasole. 

«La dottoressa Girasole, più volte, è stata vittima di atti intimidatori (incendio della sua macchina, della casa al mare del suocero); questi fatti contraddicono di per sé un eventuale accordo con mio padre, ritenuto boss apicale (che quindi in virtù del presunto accordo non avrebbe di certo acconsentito)». «Non sono un affiliato mafioso», ha protestato ancora l'imputato, dicendosi disponibile al confronto «con tutti i pentiti del mondo» e richiamando a suo sostegno le rivelazioni del collaboratore di giustizia Francesco Oliverio che «fa dichiarazioni in senso contrario».  

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