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L'atroce storia di Cocò e quell'appello del nonno

dalle colonne del Quotidiano: «E' in pericolo»

Calabria
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CASSANO IONIO - E' una storia atroce quella di Nicola Campolongo, il piccolo Cocò il cui corpo è stato trovato domenica mattina a Cassano Ionio, nel Cosentino, arso sul seggiolino della sua auto dopo che qualcuno aveva ucciso lui, suo nonno Giuseppe Iannicelli e la ventisettenne marocchina Ibtissam Touss che era con loro (LEGGI).

Cocò aveva tre anni, ma già aveva vissuto la tragedia del carcere nel penitenziario di Castrovillari insieme alla madre. E nel corso di quella detenzione ha dovuto assistere con lei, nella gelida aula bunker del penitenziario del Pollino, all'udienza del processo antimafia che la vede imputata in qualità di appartenente a una presunta organizzazione dedita al traffico di stupefacenti. Fu in quel periodo che nonno Giuseppe lanciò un appello sul Quotidiano.

«Lo so – ha detto - mia figlia ha sbagliato, ma bisogna capire che è ancora una ragazzina che non ha retto a quella che a noi sembra solo un’ingiustizia. È necessario che venga perdonata adesso, che la situazione è diventata ingestibile, prima che succeda qualcosa di grave». A rileggerla oggi fa rabbrividire quella disperata richiesta di clemenza invocata nel maggio scorso da Giuseppe Iannicelli attraverso le colonne del Quotidiano per chiedere la scarcerazione delle figlia e il suo ritorno a casa per occuparsi del piccolo Nicola e gli altri due bambini. Ha qualcosa di sinistro, come una premonizione. Oppure Giuseppe Iannicelli temeva per sé e, di riflesso, per quel bambino che era costretto a stare con lui? Forse. Di certo quel padre era preoccupato.

«Ma ora è urgente che torni a casa» dice il padre. «I suoi figli piangono tutto il giorno; il piccolo Cocò non smette di singhiozzare e chiedere della madre. E poi è incontrollabile. Mia figlia Simona abita in centro, e spesso Cocò corre fuori, in strada; con la madre invece potevano stare, e potrebbero ora starci anche i bambini di Simona, in una casa fuori paese, con un ampio cortile recintato da un muro molto alto».

Antonia Maria è stata arresta il 10 giugno 2011 nell’ambito dell’operazione con la quale i carabinieri hanno messo fine allo spaccio organizzato dell’intera famiglia Iannicelli. Ma subito il tribunale le ha concesso, come alla sorella Simona che si trovava nella medesima condizione, il beneficio degli arresti domiciliari perché madre di bambini sotto i tre anni. Nel dicembre 2012 alla ragazza è stata revocata la misura meno afflittiva e ha dovuto fare ritorno nel carcere e – come prevede la legge – ha potuto (ma è più giusto dire dovuto) portare con sé il piccolo Nicola Jr, che all’epoca aveva solo due anni e non poteva lascialo al nonno Giuseppe – l’unico familiare fuori dalla galera – o alla sorella alla quale aveva già lasciato gli altri due figli nonostante l’altra (incinta) ne avesse due suoi. Dopo quella udienza che fece scalpore, anche grazie alla campagna di Franco Corbelli, che da sempre si batte contro «la vergogna dei bambini in carcere» lo stesso giudice davanti al quale la madre era a processo, il presidente della sezione penale di Castrovillari, Loredana De Franco, ha firmato la revoca della custodia cautelare in carcere per la madre, nonostante il parere negativo della Dda di Catanzaro. Ma qualche mese dopo Antonia Maria Iannicelli è stata rimessa in galera, sempre per violazione degli obblighi imposti dai domiciliari. In pratica, dopo due anni di dinieghi da parte del tribunale, un giorno, nella primavera scorsa, ha preso i suoi tre bambini ed è andata a Catanzaro per farli vedere al padre, Nicola Campolongo, che è detenuto presso il carcere di Siano sempre a causa del procedimento “Tsunami”.

Stavolta il piccolo Cocò è rimasto con il nonno e la zia. In più occasioni lo studio legale Bellusci ha fatto istanza per la sua scarcerazione; l’ultima il 9 gennaio scorso, durante al quale il so legale ha implorato i giudici per la concessione degli arresti domiciliari.«Se Antonia non ha rispettato la legge ed è andata a trovare il marito in carcere – ci aveva detto Giuseppe Iannicelli - è perché in due anni non le è stato mai consentito di vederlo, nonostante ad altri detenuti dello stesso processo, parenti tra loro, è stato permesso di incontrarsi. Erano due anni che lei non parlava col marito e che lui non vedeva i bambini. Questa è una ingiustizia inspiegabile, che ha indotto mia figlia a fare questo errore». Insomma, Giuseppe Iannicelli, che era consapevole di non meritare per sé la clemenza della giustizia, aveva fatto appello lo stesso, sapendo che senza la madre Cocò e suoi fratellini correvano grossi rischi. Ma difficilmente avrebbe potuto prevedere tanto.

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