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Violenta rapina in villa nel Cosentino, il racconto
«Svegliato dalla pistola alla tempia, un incubo»

Calabria
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di SAVERIO PUCCIO

SAN FILI (CS) - Eugenio Mirabelli, il medico vittima di una violenta rapina, in piena notte, nella villa in cui si trovava con la famiglia, è ancora scosso. La sua casa ora è piena di amici e conoscenti. Ci sono anche diversi giornalisti, mentre i carabinieri hanno finito da poco i rilievi.

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Il racconto della notte da incubo è, però, chiaro in ogni dettaglio e trasmette tutta la tensione vissuta in quei momenti: «Mi sono svegliato intorno alle 2 di notte con una pistola puntata alla tempia, mentre dall'altra parte del letto un'altra persona puntava la pistola a mia moglie. Mi hanno subito detto di aprire la cassaforte ed ho cercato di assecondarli per evitare reazioni».

Momenti di panico, dunque. Di estrema tensione. «Siamo andati verso la cassaforte - aggiunge il professionista - ma loro volevano inserissi il codice, mentre era chiusa solo con la chiave. Hanno pensato che non volessi aprirla ed a quel punto ho pensato che sarei morto perché hanno minacciato di sparare». 

Ma nel ricordo di Mirabelli c'è tutto il terrore sulla sorte del figlio di 27 anni che dormiva in una camera a fianco: «Non lo sentivo e nonostante i rumori e le urla non capivo perché non riuscissi a vederlo. Ad un certo punto ho pensato fosse stato ucciso». 

Dopo avere svuotato la cassaforte, marito e moglie sono stati chiusi in bagno, mentre la banda è fuggita. «Ho aspettato pochi minuti poi ho sfondato la porta del bagno a calci - racconta il medico - e insieme a mia moglie siamo corsi nella camera di mio figlio che non avevamo ancora visto. Credo che lo abbiano sedato in qualche modo, perché nonostante tutto quello che era successo lui continuava a dormire ed ho fatto fatica a svegliarlo».

Mirabelli è un fiume in piena, racconta la drammatica notte con ogni particolare. C'è rabbia mista a paura nelle sue parole, ma c'è anche lo scoraggiamento di chi non crede nella giustizia e la risposta alla domanda sulle indagini dei carabinieri, svela tutta la sfiducia che possa esistere dopo un fatto simile: «I carabinieri hanno repertato alcune impronte digitali, ma io spero non li trovino mai». Chiediamo perché e la risposta gela tutto: «A cosa servirebbe? Dopo una settimana sarebbero di nuovo liberi ed io dovrei vivere con l'incubo di una ritorsione. Avrei paura di continuare a vivere in una condizione simile».

E' la drammatica realtà di chi ha visto la morte in faccia e sa bene che, nonostante tutto, le falle della giustizia italiana sono forse più dolorose di quello che si è subito.

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