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Il boss cosentino Lamanna ha scelto di pentirsi
Tremano politica e cosche: è già sotto protezione

Calabria
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L'arresto del boss Daniele Lamanna

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COSENZA - Il carcere duro “aiuta” spesso a riflettere. E per chi non è abituato a sopravvivere giornate intere rinchiuso da solo in quattro mura equivale a una morte. Il mammasantissima degli zingari, l’uomo che ha fatto il bello e cattivo tempo a Cosenza e dintorni, Daniele Lamanna, ha deciso di collaborare con la giustizia. Da qualche giorno Daniele Lamanna è sotto protezione, in una località segreta. La notizia è stata pubblicata sull'edizione cartacea del Quotidiano.

Il pentimento di Franco Bruzzese, datato 26 febbraio scorso e la condanna all’ergastolo di Maurizio Rango potrebbero aver pesato sulla decisione presa da Lamanna di collaborare con la Direzione Distrettuale Antimafia di Catanzaro. L’autore dell’omicidio di Luca Bruni (avvenuto nel gennaio del 2012) ha “saltato il fosso”, aprendo nuovi scenari investigativi che sono condotti dal pubblico ministero Pierpaolo Bruni e dal Comando Provinciale dei carabinieri di Cosenza, nonché dalla Squadra Mobile della Questura.

Lamanna è accusato di associazione per delinquere di stampo mafioso, estorsione e, come detto, del delitto di mafia relativo alla scomparsa dell’ultimo boss della dinastia dei “Bella bella”, ammazzato – secondo quanto già affermato da Adolfo Foggetti e Franco Bruzzese – per evitare che la vittima potesse organizzare un nuovo gruppo criminale in contrapposizione con quello degli “zingari” e degli “italiani”, questi ultimi riconducibili alla cosca “Lanzino” e “Cicero”.

Fu fatto fuori la notte del 3 gennaio del 2012, ma il suo corpo venne ritrovato il 17 dicembre del 2014 grazie alle indicazioni di Foggetti. Lamanna, tuttavia, nel momento in cui fu emessa l’ordinanza di custodia cautelare nell’ambito dell’inchiesta antimafia denominata “Nuova Famiglia” divenne latitante per quattro mesi e quando gli uomini del vice questore Giuseppe Zanfini lo catturarono a Trenta nel marzo del 2015, in un appartamento in uso ai familiari della moglie, disse al gip di Cosenza Salvatore Carpino di essere estraneo all’uccisione del “suo amico” Luca Bruni verso il quale non aveva alcun rancore, aggiungendo che quel giorno si trovava da tutt’altra parte come avrebbero potuto testimoniare in un eventuale processo cinque testimoni.

 

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