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Operazione Crisalide, gli indagati:«Matematico che ci arrestano»

Il reggente del clan rivela: «Me lo hanno detto alla Procura»

Calabria
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Alcune delle armi e la droga sequestrate durante l'Operazione Crisalide
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LAMEZIA TERME - Sapevano di essere nel mirino degli inquirenti e che a breve sarebbero stati arrestati e per questo motivo si erano dati da fare per raccogliere soldi. Anche questo emerge dall'operazione “Crisalide” che ha portato all'emissione di 52 fermi da parte della Dda contro altrettanti indagati ritenuti affiliati alla cosca "Cerra-Torcasio-Gualtieri. Mesi e mesi di indagini eseguite dai carabinieri del Nucleo investigativo di Catanzaro diretto dal capitano Fabio Vincelli e dai carabinieri della compagnia di Lamezia Terme diretta dal capitano Pietro Tribuzio, hanno consentito i fermi di cui da oggi inizieranno udienze di convalide. Al centro dell'inchiesta Antonio Miceli, 26 anni, ritenuto il reggente del clan Torcasio dopo che l'operazione “Chimera”, eseguita sempre dai carabinieri, avevano fatto finire in carcere e condannare capi e gregari della cosca Torcasio – Cerra – Gualtieri. Del resto lo scrivono nero su bianco i carabinieri nell'informativa finita sul tavolo del pm della Dda Elio Romano.

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I colloqui in carcere consentivano di accertare che la cosca Torcasio - Cerra – Gualtieri, a seguito delle intervenute carcerazioni, riusciva, tempestivamente, a riorganizzarsi affidando la gestione degli affari illeciti a gruppo di giovani emergenti che per come accertato dall’attività tecnica intercettiva, facenti capo Nicola Gualtieri, 23 anni (già indagato nell’ambito dell’operazione “Chimera) e ad Antonio Miceli, marito di Teresa Torcasio quest’ultima nipote diretta della capostipite Teresina Cerra. Secondo quando emerge dalle indagini, dunque, Miceli era consapevole che prima o poi sarebbero arrivati gli arresti. Emblematica in questo senso una intercettazione ambientale del 5 aprile 2017 captata nell'auto di Miceli in cui gli investigatori ascoltano la conversazione avvenuta tra Miceli, Antonio Saladino (tra i fermati e ritenuto persona di fiducia di Miceli) e un minore. Una conversazione considerata di fondamentale interesse investigativo.

«La stessa risalta in maniera esponenziale la sussistenza del pericolo di fuga - si legge nel provvedimento di fermo - elemento che in materia di misura cautelare, La genuinità della presente captazione, le circostanze evidenziate nell'informativa redatta dal Nucleo Investigativo di Catanzaro congiuntamente al Comando Compagnia Carabinieri di Lamezia Terme, nonché gli esiti investigativi rappresentati in relazione all’ordigno esplosivo di micidiale potenza collocato all’esercizio commerciale panificio all’insegna “Il Fornaio”, illustrano il concreto e reale pericolo che i soggetti, attualmente liberi coinvolti nelle fattispecie di reato, sono consapevoli di essere attenzionati, possano allontanarsi dai propri luoghi di residenza».

Miceli: «E ho capito... però ci servono, capì... 4000 euro io non te li posso lasciare tra le mani tutto questo tempo, perchè da qua ad una settimana ci arrestano a tutti... quindi vedi di raccogliere soldi pure tu, che pure a te arrestano... matematico, che me lo ha detto uno... con tutti i nomi... quindi tra oggi e domani dobbiamo raccogliere più soldi... dobbiamo chiudere il conto... pomeriggio ti vengo a prendere e ci andiamo a fare un giro insieme».

Saladino: «Se ti arrestano, chi li raccoglie questi soldi? Ma me lo dici... me lo vuoi dire come fai a saperlo?».

Miceli: Me lo ha detto uno della Procura. Matematico, 46 persone».

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