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'Ndrangheta, Emanuele Mancuso collabora e i boss tremano

«Leone Soriano? Il carcere lo ha salvato, doveva essere ucciso»

Calabria
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Emanuele Mancuso
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GIANLUCA PRESTIA

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Giornalista Pubblicista dal 2000 e Professionista dal 2008, collabora col Quotidiano dal 2002 diventando poi redattore di Cronaca nera e giudiziaria ma spaziando anche in altri settori. 

VIBO VALENTIA - SONO dirompenti, e destinate ad aprire nuovi filoni d'inchiesta, le dichiarazioni che Emanuele Mancuso, rampollo del “casato” criminale di Limbadi ha lasciato in plurime occasioni alla Dda di Catanzaro. Verbali, inediti, discoverati ed acquisiti nei giorni scorsi dalle difese nell'ambito del processo “Ragno” contro il clan Soriano. Rivelazioni, quelle del giovane pentito 30enne, che riguardano in massima parte la sua conoscenza della famiglia di Pizzinni di Filandari, ma che, allo stesso tempo, aprono uno spaccato sui rapporti esistenti all'interno della stessa consorteria dei Mancuso che – com'era già timidamente emerso nelle precedenti operazioni – mostra delle crepe.

Che adesso il collaboratore – che in un passo afferma di essersi sentito usato dai suoi stessi parenti - ha messo in luce. Siamo al 27 giugno, Emanuele Mancuso ha da poco iniziato a collaborare ma la notizia non è ancora pubblica (lo sarà da lì a breve) e, parlando con il pm Annamaria Frustaci e col maggiore Valerio Palmieri, espone loro le sue preoccupazioni: «Temo per l'incolumità di mio padre e dei componenti della mia famiglia, poiché nel momento in cui si diffonderà la circostanza della mia collaborazione con l'autorità giudiziaria, le diverse famiglie che operano sul territorio vibonese, ed in particolare gli esponenti della mia stessa famiglia, nonché gli Accorinti di Zungri, gli Accorinti di Briatico, Gregorio Niglia detto Lollo (affiliato alla famiglia Accorinti di Zungri, nonché vicino alle famiglie Mancuso, e Pesce di Rosarno), nonché Saverio Razionale, legato alla famiglia Fiaré di San Gregorio di Ippona, e i Navarra ma soprattutto, Leone Soriano (non tanto la sua famiglia), attese le dichiarazioni che sto per fare potrebbero avere delle avere delle rappresaglie nei loro confronti. A meno che i miei familiari non facciano ciò che hanno fatto i familiari di Figliuzzi (l'ex killer dei Patania oggi collaboratore, ndr), dissociandosi pubblicamente sui giornali. Comunque ritengo anche che proveranno ad esprimere solidarietà mafiosa nei confronti dei miei genitori e cercheranno di dissuadermi dal mio proposito di collaborare».

Parla Mancuso, come detto, soprattutto dei Soriano e in particolare di Leone, che i Mancuso avrebbero voluto togliere di mezzo. Non aveva conferme, ma solo percezione su alcuni episodi che gli avevano fatto drizzare le antenne: «Con riferimento alla vicenda di Soriano voglio precisare che lui si determina da solo a fare i danneggiamenti, mentre la lettera per i soldi l'ha mandata prima. Per la vicenda, prima dei danneggiamenti, ho parlato con zio Luigi, perché Leone Soriano mi ha invitato a farlo dandomi un fascicolo che documentava il fatto che Castagna (omissis) qualcosa, inducendo questi a denunciare Soriano (omissis). Quando ho portato il fascicolo da mio zio Luigi – affermava il giovane pentito - lui mi disse che Soriano gli aveva mandato delle lettere a Castagna. Inizialmente c'è stato un accordo tra Leone e Luigi che consisteva nel dargli 4000-5000 euro affinché Castagna non si toccasse. Tale somma doveva sborsarla la famiglia Mancuso, poi, l'accordo non è stato rispettato e Leone ha cominciato a fare i danneggiamenti».

Il collaboratore si è invece assunto la responsabilità della bomba all'imprenditore: «È stata una mia iniziativa perché ce l'avevo con i miei parenti in quanto mi “sono sentito usato”: ho capito che avevano fatto quell'accordo tramite me perché volevano prendere tempo per organizzare l'eliminazione Leone Soriano. Con questo arresto gli avete (Carabinieri e Dda, ndr) salvato la vita. Nessuno mi ha detto che avevano progettato la sua eliminazione, però l'ho capito dall'aria che tirava e anche in considerazione del fatto che i miei parenti mi invitavano a non andare da lui. Penso che ritenevano potessi rimanere coinvolto in quale agguato». Ciò nonostante Mancuso continuò a recarsi a Pizzinni pur con delle precauzioni, ma non immaginò «che fosse stato lanciato un Trojan (applicazione per smartphone, ndr)» sui dispositivi di alcuni degli indagati, fondamentale per le intercettazioni.

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