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Droga, legami tra mafia siciliana e 'ndrangheta

Operazione ad Agrigento: coinvolte cosche vibonesi

Calabria
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Personale della Dia
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VIBO VALENTIA - Blitz della Dia contro Cosa nostra e i suoi affari in Sicilia, 34 gli ordini di arresto e collegamenti anche con la Calabria.

La Direzione investigativa antimafia ha eseguito ad Agrigento, Palermo, Trapani, Catania, Ragusa, Vibo Valentia e Parma, un'ordinanza di custodia cautelare, emessa dalla Dda di Palermo, nei confronti di 32 persone accusate di associazione mafiosa, partecipazione e concorso in associazione per delinquere finalizzata al traffico ed allo spaccio di sostanze stupefacenti, aggravata dal metodo mafioso, detenzione abusiva di armi, sequestro di persona a scopo di estorsione aggravato e danneggiamento mediante incendio.

All'operazione hanno preso parte anche i carabinieri del Comando provinciale di Agrigento che, nell'ambito del medesimo provvedimento, hanno eseguito ulteriori 2 ordinanze di custodia cautelare, per concorso in sequestro di persona e violenza sessuale, aggravati dal metodo mafioso.

L'operazione "Kerkent", coordinata dalla procura di Palermo, ha permesso di sgominare un'associazione per delinquere con base operativa ad Agrigento e ramificazioni, in particolare, nel palermitano ed in Calabria, specializzata nel traffico di sostanze stupefacenti, attraverso uno strutturato gruppo criminale armato.

L’operazione Kerkent, avviata nel maggio del 2015 e coordinata dalla Procura Distrettuale Antimafia di Palermo, ha permesso di disarticolare un’associazione per delinquere con base operativa ad Agrigento e ramificazioni nel palermitano ed in Calabria, capeggiata da Antonio Massimino, considerato reggente della famiglia mafiosa di Agrigento-Villaseta. Le indagini sono state avvalorate dalle dichiarazioni del collaboratore di giustizia Giuseppe Quaranta.

Secondo quanto emerso nelle indagini, i locali adibiti ad un autolavaggio in uso a Giuseppe Messina sarebbero «divenuti base operativa per il gruppo criminale, sede logistica per lo smistamento dello stupefacente, luogo di incontro e di riunioni tra gli appartenenti all’organizzazione, il cui assiduo monitoraggio ha consentito di definirne dinamiche e dimensioni».

Dalle indagini è emerso che «l'approvvigionamento di sostanza stupefacente è avvenuto con abitualità e da diversificati canali, quali quello: calabrese, per il tramite di un broker agrigentino; palermitano, espressione della cosca "della Noce"; di Palma di Montechiaro, ascrivibile ad un gruppo di matrice Stiddara».

Il capocentro Dia di Palermo, Antonio Amoroso ha analizzato quanto emerso nell'operazione: «Posso garantire che la criminalizzata agrigentina mantiene intatta una modalità rozza e cinica che ci ricorda quella degli anni Ottanta. Dalle indagini emerge il ruolo di Antonio Massimino, vero capomafia acquisito e riconosciuto di Agrigento Villaseta: un soggetto capace di ogni nefandezza, cinico al punto di coinvolgere bambini per perseguire i suoi obiettivi criminali». 

«Dalle indagini viene fuori la trasversalità di Cosa nostra - prosegue Amoroso - e la sua capacità di dialogare anche con altre realtà per approvvigionarsi, ad esempio, di stupefacenti con i cugini calabresi». Presenti in conferenza stampa, tra gli altri, il direttore della sede Dia di Agrigento, Roberto Cilona: «La situazione particolarmente grave è determinata da una piena efficienza dell'organizzazione che vede tra i suoi affiliati soggetti che si occupano della gestione degli stupefacenti. Una organizzazione con ruoli ben precisi, dotata anche di armi, che hanno portato ad un ruolo predominante di Antonio Massimino sul territorio grazie al brand mafioso del traffico di stupefacenti».

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