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Omicidio giudice Scopelliti, la ricostruzione della figlia

«Rifiutò cifra immensa, firmando la condanna a morte»

Calabria
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Nella foto: 
Rosanna Scopelliti
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REGGIO CALABRIA - «Quando si è venuto a sapere che avrebbe dovuto sostenere lui la pubblica accusa nel maxi-processo contro Cosa Nostra il problema è stato che si trovavano davanti non solo un magistrato incorruttibile e dedito al suo lavoro, ma soprattutto un tecnico che, qualunque cosa poi avrebbe scritto, sarebbe stata sicuramente inoppugnabile». Lo ha detto Rosanna Scopelliti, figlia di Antoninio Scopelliti, sostituto procuratore generale della Corte di cassazione ucciso nel 1991, commentando la nuova inchiesta che conferma il possibile patto tra mafia siciliana e 'ndrangheta per commettere l'omicidio del magistrato (LEGGI LA NOTIZIA).

In una intervista al Giornale Radio Rai Radio1, Rosanna Scopelliti ha evidenziato che l'ipotesi di un accorso «è una conferma di sospetti che avevamo sempre avuto. Ed è sul sangue di Antonino Scopelliti che purtroppo si è anche siglata una pace nel territorio della provincia di Reggio Calabria».

«Si parla di questa cifra immensa - ha detto inoltre Rosanna Scopelliti riguardo il tentativo di corruzione, sembra di 5 miliardi di lire, subito da suo padre in quell'occasione - che papà ha scelto di rifiutare, con la consapevolezza che stava firmando la sua condanna a morte. Ricordo che aspettavo una telefonata di papà. Gli volevo raccontare che finalmente ero riuscita ad andare in bici senza rotelle ed è arrivata invece la notizia della sua uccisione. Da quel momento la mia vita e quella di mia madre si è praticamente fermata».

Intanto, è stato fissato per giovedì prossimo, 21 marzo, dalla Dda di Reggio Calabria, l'affidamento peritale sul fucile calibro 12 con cui sarebbe stato assassinato il 9 agosto del 1991, a Campo Calabro, il sostituto procuratore generale della Corte di Cassazione Antonino Scopelliti.

L’arma, secondo quanto riferito da fonti investigative, è ancora nelle condizioni, stante lo stato di conservazione, di essere sottoposta alle prove tecnologiche ai fini dell’interesse probatorio. Come indicato da Maurizio Avola, pentito della cosca catanese della «famiglia Santapaola», autoaccusatosi di decine di omicidi, il fucile era stato trovato mesi orsono nella campagna catanese sotterrato all’interno di un contenitore metallico. Condizione che lo ha preservato dagli agenti atmosferici corrosivi.

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