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Vibo, minacce in aula al magistrato Marisa Manzini

Rinviato a processo il boss Pantaleone Mancuso

 

Calabria
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Il magistrato Marisa Manzini
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1 minuto 28 secondi

GIANLUCA PRESTIA

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Giornalista Pubblicista dal 2000 e Professionista dal 2008, collabora col Quotidiano dal 2002 diventando poi redattore di Cronaca nera e giudiziaria ma spaziando anche in altri settori. 

VIBO VALENTIA – Rinvio a giudizio con prima udienza davanti al Tribunale collegiale fissata al 4 giugno prossimo. Queste le determinazioni del gup distrettuale di Salerno nei confronti del boss Pantaleone Mancuso, alias “Scarpuni”, accusato, nel 2016, di aver minacciato il magistrato antimafia Marisa Manzini nel corso del processo “Black Money”, a Vibo Valentia. Minacce aggravate alle modalità mafiose.

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Il rinvio a giudizio del massimo esponente dell’ala armata del clan di Limbadi è avvenuto nella mattinata di ieri ed accoglie le richieste avanzate dalla Procura della Repubblica di Salerno (che ha competenza sui magistrati del distretto della Corte d'Appello di Catanzaro). La dottoressa Manzini si è costituita parte civile ed è rappresentata dall’avvocato Giovanna Fronte, presente ieri in dibattimento, ed ha annunciato la devoluzione del risarcimento dei danni e delle spese legali all'associazione dei familiari delle “Vittime del dovere”, a cui sono andati anche i proventi della vendita del libro scritto dallo stesso magistrato (dal titolo “Stai zitta ca parrasti assai”) che parla proprio della vicenda in questione.

Era il 10 ottobre 2016 quando Luni “Scarpuni” dal carcere tuonava contro Marisa Manzini: «Statti zitta ca parrasti assai, hai capito ca parrasti assai. Fammi parrari a mia». Per quelle parole il sostituto procuratore di Salerno, Vincenzo Senatore aveva, come detto, chiesto nelle scorse settimane il rinvio a giudizio dell’imputato, difeso dagli avvocati Francesco Calabrese e Piera Farina (rispettivamente dei Fori di Reggio Calabria e L’Aquila).

Più specificatamente, da quanto emerge nel capo d’imputazione, Mancuso «nel prendere la parola offendeva il prestigio del pubblico ministero presente che era intervenuto per far rilevare al collegio che l’intervento dell’imputato non era attinente al procedimento in atto». Parole cariche di rabbia quelle del boss di Limbadi collegato in videoconferenza dal carcere dell’Aquila. 

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