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'Ndrangheta, ecco a quanto ammonta lo stipendio di un affiliato

A riverarlo sono i pentiti di più recente defezione dalle cosche

Calabria
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La testimonianza di un collaboratore di Giustizia
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COSENZA - Mille e ottocento euro, una cifra di tutto rispetto che a Gaeta rappresenta il guadagno medio di un verniciatore di carrozzerie, purché esperto; a Cosenza, invece, è il salario mensile di un affiliato alle cosche locali. A rivelarlo sono i collaboratori di giustizia di ultima generazione, quelli più freschi di diserzione dai rispettivi gruppi criminali d’appartenenza e, a quanto pare, proprio sull’argomento salari e dintorni, i loro racconti convergono alla perfezione.

Mille e ottocento euro dunque, che stando ad altre testimonianze di pentiti, risalenti a qualche anno addietro, dimostrano come pur in assenza di un contratto collettivo del crimine organizzato, quest’ultimo presti molta attenzione all’adeguamento degli stipendi per i propri soldati.

Nel 2011, infatti, sul tema si esprime anche Angelo Colosso alias “Poldino”, facendo accenno durante un interrogatorio al compenso che la sua ex organizzazione - il clan Lanzino - versava nelle tasche dei propri affiliati. Anche lui parla di una quota “1800”, riferendosi però alla busta paga di uno degli elementi più rappresentativi del gruppo, quel Franco Presta che, stando a numerose sentenze aveva il compito di eseguire omicidi per conto del gruppo. Un capo, dunque, ma retribuito come uno statale, magari qualcosina in più. Uno scenario ben diverso, dunque, da quello siciliano, dove alla fine di ogni mese, ad attendere i padrini corleonesi c’era un assegno da quarantamila euro che, nel peggiore dei casi, scendevano a diecimila, euro più euro meno, mentre all’ultimo anello della catena criminale, allo spacciatore quasi sempre minorenne erano garantiti introiti per almeno mille euro.

Altro che Cosenza, insomma, dove persino un pezzo grosso come Vincenzo Dedato, già contabile dello stesso gruppo di Presta, l’uomo che gestiva le estorsioni sui grandi appalti nell’atto del suo pentimento ebbe a dire: «Guadagnavo pressappoco quanto un operaio specializzato».

Già, pressappoco. Si dirà: è la banalità del male, ma soprattutto un segno tangibile di come, in tempi di crisi, sia spending review per tutti, malavita compresa. Con buona pace per le suggestioni a cui, nei primi anni Novanta, quando ancora si ragionava in lire, un altro pentito, sempre cosentino, si richiamò per giustificare la propria scelta esistenziale.

Si chiamava Nicola Notargiacomo il “rinnegato” e, durante un processo, ai giudici spiega di aver impugnato le armi nella speranza di abbracciare così un modello di vita: «Il crimine mi attraeva dal punto di vista del protagonismo anche se io non ho mai avuto certe tendenze, però, all’epoca, le posso dire che “l’uomo d’ambiente” era una moda, era qualcosa che attraeva. Probabilmente, mi sono lasciato attrarre anch’io dal mistero della malavita stessa».

Accadeva quasi trent’anni fa, ma con gli stipendi in circolazione oggi, sporcarsi le mani di vernice appare senz’altro più conveniente.

E anche più salutare.

 

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