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Bimbo preso a calci, il pentito campano smentisce

«Non l'ho colpito, pensavo volessero rapire mia figlia»

Calabria
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Nella foto: 
La Questura di Cosenza
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COSENZA - Ha pensato che volessero «rapire» sua figlia, o che qualcuno della camorra fosse arrivato lì, in via Macallé, nel centro della città di Cosenza, per ammazzarlo. «Non è la prima volta che cercano di trovarmi». È quanto afferma il ventiquattrenne assurto, nei giorni scorsi, ai disonori della cronaca per il presunto calcione rifilato a un bimbo marocchino di tre anni (LEGGI LA NOTIZIA), quel calcio che nella sua versione dei fatti non c’è mai stato. «I bambini hanno dato due schiaffoni a mia figlia, una persona adulta mi ha aggredito e io ho reagito spostando questo bimbo con un piede, ma assolutamente non gli ho dato un calcio».

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La vicenda, com’è noto, ha avuto vasta eco per via dell’etichetta di aggressione a sfondo razziale - per giunta ai danni di un bambino - attribuitale fin da subito sia dalla narrazione mainstream che dalla successiva pioggia di commenti, con in prima fila anche le alte sfere della politica nazionale. Alle reazioni di sdegno della comunità locale si è aggiunta poi l’identificazione dell’aggressore e la corsa alla solidarietà per la piccola vittima con il sigillo del lieto fine rappresentato dalla visita del governatore Mario Oliverio alla famiglia del bimbo. Bene, anzi non proprio; perché questa chiave di lettura ha di fatto adombrato un altro aspetto centrale della faccenda, ovvero la natura del presunto aggressore, un «testimone e collaboratore di giustizia» come si definisce lui stesso nel suo lungo sfogo indirizzato agli organi d’informazione.

Prima di pentirsi era inserito nel giro della camorra e, a quanto pare, il Sistema centrale di protezione aveva individuato proprio un centro dell’hinterland cosentino come località protetta in cui nascondere lui e i suoi familiari. Aveva, perché a seguito del clamore la sua copertura è saltata, inducendo i carabinieri a spostare in tutta fretta lui e i suoi cari in un altro luogo segreto. Un epilogo disastroso preceduto, però, da una scelta altrettanto infelice, ovvero quello di assegnarlo a una provincia come quella cosentina storicamente collegata dal punto di vista criminale agli ambienti campani. Un territorio in cui la cronaca racconta che i camorristi arrivano in vacanza, tutt’al più in latitanza per sfuggire alla legge, non certo per nascondersi dai propositi di vendetta dei loro ex complici.

E invece è accaduto per davvero prima di un dietrofront frettoloso che lascia aperti, però, molti dubbi ancora da fugare. Il più importante, a questo punto, è proprio la verità sui fatti di via Macallé dai quali, però, il diretto interessato spazza via ogni ombra di razzismo.

«Sono tutte cazzate per speculare contro qualche politico. Non ho nulla contro queste persone, anzi le ho sempre aiutate. Ci ho lavorato insieme in passato e avevo anche persone straniere a lavoro in una piccola attività che avevo. I bambini poi sono la mia gioia, li amo e non avrei mai fatto un gesto del genere». Quanto sia sincero potrebbero stabilirlo i filmati delle telecamere di sorveglianza, ammesso che ve sia uno, fatto sta che è lui stesso a chiedere agli investigatori di prenderne visione. Anche lui, inoltre, subito dopo i fatti si è recato in ospedale, in compagnia dei carabinieri, per far visitare la figlioletta perché «non stava bene dopo i colpi subiti».

Nel suo scritto ricorre spesso la parola «paura» che ancor più di razzismo sembra proprio la chiave di questa storia. «Non si tratta assolutamente di un gesto di razzismo. Ho avuto tanta paura che mi portassero via la mia piccola. Non mi bastano le minacce che ricevo come collaboratore, devo anche leggere di gente che vorrebbe vedermi sciolto nel acido oppure che vorrebbe sapere come mi chiamo». Sostiene anche di avere persone pronte a testimoniare per lui.

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