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Morì colpita dal crollo di una croce a Sant'Onofrio

Nessun responsabile, il processo è prescritto

Calabria
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Nella foto: 
La colonna che sorreggeva la croce crollata addosso a Maddalena Camillò il cui corpo fu coperto da un lenzuolo
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GIANLUCA PRESTIA

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Giornalista Pubblicista dal 2000 e Professionista dal 2008, collabora col Quotidiano dal 2002 diventando poi redattore di Cronaca nera e giudiziaria ma spaziando anche in altri settori. 

VIBO VALENTIA - Un caso, tragico, che richiamò anche l’attenzione dei network nazionali. Quel 22 settembre del 2004 Sant’Onofrio era vestita a festa. Si celebrava infatti la ricorrenza della Santa Croce alla cui devozione era stata eretta una colonna sulla cui sommità campeggiava, appunto, una croce in metallo di un candido bianco, che rimase intrisa di rosso, quello del sangue di una innocente vittima. La signora Maddalena Camillò, che era appena rientrata da Vibo dove si era sottoposta a visita medica, ebbe la sfortuna di trovarsi a passare da lì nell’esatto istante in cui la struttura cedette venendo colpita alla testa da quell’effigie in ferro.

Per lei, purtroppo, non ci fu nulla da fare e così, ben presto l’atmosfera di festa di un’intera comunità si tramutò in incredulità e poi in dolore. Come si potesse morire in quel modo solo il fato può saperlo. Incomprensibile come anche è la lungaggine del processo che ne scaturì e che vide imputate tre persone, conclusosi di recente con la prescrizione.

Non sono, infatti, stati sufficienti ben 14 anni per arrivare ad una sentenza (di condanna o assoluzione) di primo grado nei confronti di Antonio Bertucci, titolare dell'impresa che stava eseguendo i lavori per l'installazione di alcune luminarie per la festa patronale (poi ovviamente sospesa) a causa dei quali sarebbe avvenuto il crollo della colonna con sopra la croce (monumento realizzato nei primi anni del secolo scorso), e due operai della stessa ditta, Vasyl Ravlyuc e Nazzareno Valenti, tutti accusati di omicidio colposo e difesi dall’avvocato Michele Ciconte.

Nel processo si erano, quindi, costituiti parte civile il marito ed i figli della sfortunata 66enne, rappresentati dall'avvocato Adele Manno. Il termine di prescrizione per un omicidio colposo è normalmente di sette anni e mezzo ma nel caso in questione è stata contestato un particolare comma che ha fatto schizzare il termine a dieci anni, arrivato poi a quasi 13 a seguito di legittimi impedimenti e via discorrendo. In pratica veniva contestato il delitto di rimozione o omissione dolosa di cautele contro infortuni sul lavoro.

Quindi, dal 22 marzo del 2017 non si sarebbe più potuto contestare le accuse. Ma l’epilogo necessitava dei crismi dell’ufficialità e qui è sorto un altro problema: si è infatti dovuto attendere quasi un altro anno per sentenziare la prescrizione, questo a causa di altri rinvii di un dibattimento celebratosi fin dall’inizio a passo di lumaca (la prima udienza si tenne il 12 gennaio 2008). Soltanto di recente, finalmente, a quasi 14 anni da quel terribile episodio, è stato finalmente pronunciato il verdetto da parte del giudice Marina Grillo: «Si impone la declaratoria di non doversi procedere nei confronti degli imputati per i reali loro rispettivamente ascritti per intervenuto decorso dei termini di prescrizione; si dispone, infine, la restituzione dei beni eventualmente ancora in sequestro agli avente diritto», la sentenza letta dal magistrato in aula, a chiudere l’ennesimo, amaro, capitolo giudiziario che ha come teatro il palazzo di giustizia di Vibo Valentia.

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