Salta al contenuto principale

Operazione Stige, 80 persone rinviate a giudizio

Tra loro boss, politici e imprenditori del Crotonese

Calabria
Chiudi
Apri
Nella foto: 
Il tribunale di Catanzaro
Tempo di lettura: 
2 minuti 46 secondi

CROTONE - Nonostante una raffica di scarcerazioni disposte dal Tribunale del Riesame, talvolta per vizi di forma, e una serie di annullamenti (in taluni casi senza rinvio) di ordinanze decisi dalla Cassazione, ma anche a fronte di provvedimenti che reggono nei confronti delle posizioni principali, il gup distrettuale di Catanzaro Giacinta Santaniello ha disposto il rinvio a giudizio di 80 imputati nell'ambito della mega inchiesta che, nel gennaio scorso, ha portato all'operazione Stige (LEGGI LA NOTIZIA), ovvero i 170 arresti con cui è stato colpito il “locale” di 'ndrangheta di Cirò con le sue propaggini nel Cosentino, al Nord Italia e all'estero.

CLICCA PER SCOPRIRE TUTTI I CONTENUTI SULL'OPERAZIONE "STIGE"

Il processo si farà il prossimo 4 marzo davanti al Tribunale penale di Crotone. Tutti gli altri sono stati ammessi al rito abbreviato nell’ambito della quale la mega requisitoria è prevista per il 7 marzo. Boss e gregari, ormai ex sindaci e assessori, noti e facoltosi imprenditori provenienti da tutta la Calabria rispondono di una serie impressionante di capi d'accusa ripercorsi in quasi 130 pagine.

Intanto l'inchiesta ha portato all'insediamento di commissioni d'accesso in sei Comuni del Crotonese e del Cosentino, quattro dei quali già sciolti per mafia, quelli di Cirò Marina (LEGGI), Strongoli (LEGGI), Crucoli e Casabona, per la tela tra politici e clan di cui tanto abbiamo parlato in questi mesi, e a una serie di interdittive antimafia ad importanti imprese che non possono più contrattare con la pubblica amministrazione.

Tra quanti hanno optato per il rito ordinario e quindi sono stati rinviati a giudizio ci sono appunto Parrilla e Laurenzano, ma anche Giuseppe Berardi, già super assessore al Comune di Cirò Marina e figura chiave in quanto, anche in virtù delle sue parentele, è ritenuto il collante tra clan e politica. Molte posizioni sono state “ritoccate” dalla Cassazione, sotto il profilo cautelare, come dicevamo, ma il nucleo fondante dell'accusa sostanzialmente regge. L’organizzazione era guidata dal boss ergastolano Giuseppe Farao, settantenne, anch'egli a giudizio, ed aveva la sua base operativa nell’area di Cirò, Ciro Marina e nei centri limitrofi, dove sarebbe stata accertata l'operatività delle 'ndrine distaccate di Casabona e Strongoli.

L’imprenditorialità sarebbe stato il tratto caratterizzante della cosca, secondo le direttive impartite dal vecchio boss a figli e nipoti e volte a limitare al massimo il ricorso ad azioni violente ed evitando gli scontri interni. Il controllo del territorio sarebbe stato poi demandato ad una serie di “reggenti”, fedelissimi al boss. Dalle intercettazioni e dalle dichiarazioni dei pentiti è emersa luce sulla rete di imprenditori compiacenti e collusi che ottenevano rapidi pagamenti dalle pubbliche amministrazioni, recuperi di crediti, commesse e favori come assunzioni e finanziamenti.

Così sarebbe stato creato un monopolio del pane con lo “schermo” di un organismo consortile direttamente gestito da un personaggio di fiducia di Salvatore Morrone, uno dei presunti esponenti di vertice del “locale”, sino all’interposizione del figlio Francesco. Ma la cosca Farao-Marincola si era inserita anche nel commercio dei prodotti vinicoli sia in Italia che in Germania, costringendo i ristoratori calabresi operanti nel land del Baden Wurttemberg e dell’Assia, ad acquistare i prodotti vinicoli dalla Cav Malena Pasquale srl che così sbaragliava la concorrenza. Proprio la vicenda tedesca è stata particolarmente scalfita dalla Cassazione.

SCOPRI TUTTI I DETTAGLICOMPRESI I NOMI DELLE PERSONE RINVIATE A GIUDIZIO NELL'EDIZIONE IN EDICOLA OGGI DE IL QUOTIDIANO DEL SUD OPPURE ACQUISTA L'EDIZIONE DIGITALE NELLO STORE DEL QUOTIDIANO

Ti sei ricordato di condividerlo con i tuoi amici?