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Operazione Reventinum, fermati restano tutti in carcere

Gli atti sull'inchiesta di Lamezia trasmessi alla Dda

Calabria
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Il tribunale di Lamezia Terme

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Tribunale di Lamezia Terme
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LAMEZIA TERME (CATANZARO) – Il gip di Lamezia, Rossella Prignani, ha convalidato i dodici fermi nell’ambito dell’operazione Reventinum (LEGGI LA NOTIZIA). Per tutti gli indagati il gip ha applicato la custodia cautelare in carcere.

I fermi, dunque, sono stati tramutati in arresti per gli indagati accusati dalla Dda di associazione di tipo mafioso e, vario titolo, di estorsione, sequestro di persona, violenza privata, danneggiamento a seguito di incendio, detenzione illegale di armi, aggravati dal metodo e dalle finalità mafiose. Restano dunque in carcere Pino Scalise, 61 anni, il figlio Luciano di 41 anni; Andrea Scalzo, 39 anni, Angelo Rotella, 36 anni, Mario Vincenzo Domanico, 42 anni, Domenico Salvatore Mingoia, 54 anni, Cleo Bonacci, 57 anni, Eugenio Tomaino, 55 anni, Giuliano Roperti, 50 anni, Giovanni Mezzatesta, 43 anni, Livio Mezzatesta, 40 anni e Ionela Tutuiana, romena di 42 anni.

A uno dei principali indagati, Pino Scalise, viene contestato sequestro di persona nei confronti dell’avvocato Francesco Pagliuso, sequestrato quattro anni prima della sua uccisione.

L'avvocato, accusato di un minor impegno professionale e di aver commesso degli errori nella linea difensiva a tutela di Daniele Scalise (figlio di Pino, ucciso nel 2014) sarebbe stato portato incappucciato da Lamezia in un bosco del Reventino, dove veniva costretto a stare legato dinnanzi ad una buca scavata nel terreno con un mezzo meccanico.

Il tutto al fine di piegare l’avvocato alla volontà della cosca, specie con riferimento alle determinazioni e al comportamento da tenere nel procedimento a carico di Scalise. Come si ricorda, Tutiana Ionela, fermata dai carabinieri a Domodossola il giorno del blitz, moglie del presunto capocosca Domenico Mezzatesta (condannato a 20 anni insieme al figlio per il duplice delitto al bar del Reventino di Decollatura quando furono trucidati Giovanni Vescio e Francesco Iannazzo nel primo omicidio che ha di fatto aperto la sanguinosa faida fra le cosche Scalise e Mezzatesta) avrebbe esercitato il ruolo di destinataria di ‘imbasciate’ da parte del marito detenuto, veicolando di fatto agli altri componenti della cosca le direttive di Domenico Mezzatesta per la gestione delle attività illecite della stessa consorteria e per le strategie da assumere nei confronti della cosca rivale degli Scalise.

Il gip di Lamezia ha anche disposto la trasmissione degli atti per competenza, poichè è contestato il 416 bis, al gip distrettuale di Catanzaro che dovrà emettere una nuova ordinanza di custodia cautelare in carcere per i 12 indagati arrestati dai carabinieri le cui indagini avrebbero consentito di delineare gli assetti storici e attuali, nonché gli interessi criminali di due distinte e contrapposte cosche, quella degli Scalise e quella dei Mezzatesta, derivanti – secondo gli inquirenti - dalla scissione del gruppo storico della montagna, nell’area del Reventino, compresa tra i comuni di Soveria Mannelli, Decollatura, Platania, Serrastretta e territori limitrofi.

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