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Scioglimento dei consigli comunali per mafia

Vincenzo Lombardo: «Serve più rigore nelle valutazioni»

 

Calabria

L’ex procuratore della Dda: «Gli amministratori non vanno mortificati. Una cosa è l’indagine, altro l’accesso»

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Nella foto: 
VIncenzo Antonio Lombardo
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CATANZARO – In merito alla decisione del Tar che ha riabilitato i consigli comunali di Lamezia e Gioiosa Ionica, pubblichiamo l’autorevole intervento di Vincenzo Lombardo, già procuratore della Dda di Catanzaro. Il magistrato ha firmato l’inchiesta antimafia su Lamezia, che ha generato all’indagine amministrativa sfociata nello scioglimento dell’assise ieri reintegrata.

Il procuratore Lombardo non si sorprende più di tanto apprendendo della notizia arrivata dal Tar, perché è un conto l’indagine penale nella sua fase cautelare, un conto è l’indagine della commissione d’accesso agli atti, che poi dà i suoi effetti in tempi diversi. Per questo e per evitare scioglimenti di consigli comunale non sufficientemente fondati, il magistrato auspica in futuro un maggiore rigore nelle verifiche amministrative.

«Un orientamento di maggiore rigore nell’apprezzamento degli elementi su cui la norma fonda la misura – sostiene il procuratore Lombardo – fermo restando, ovviamente, che trattasi, sempre, di controllo estrinseco essendo precluso al giudice amministrativo ogni valutazione di merito, risulta dalla sentenza che ha annullato lo scioglimento del Comune di Ventimiglia. Sentenza che ha suscitato varie reazioni negative. Il Consiglio di Stato, dopo avere ricostruito i parametri normativi su cui la misura preventiva dello scioglimento si basa, attraverso un sostanziale richiamo alla giurisprudenza consolidata ha aggiunto, però, che occorre ricordare che la situazione legittimante resta integrata anche da fatti o indizi non traducibili in episodici addebiti personali ma che, nondimeno, risultino idonei a rendere, nel loro insieme, plausibile, nella concreta realtà contingente ed in base ai dati di comune esperienza, l’ipotesi di una obiettiva soggezione degli amministratori locali alla criminalità organizzata; e ciò anche quando il valore indiziario degli elementi raccolti non sia, di per sé, sufficiente a determinare l’esercizio dell’azione penale o l’adozione di misure individuali di prevenzione. Ora – aggiunge il magistrato – a prescindere se la sentenza abbia inteso porre un nesso tra episodi personali riferibili ai titolari degli organi e la condizione oggettiva del condizionamento mafioso dell’attività degli stessi ed, eventualmente, dell’apparato amministrativo, resta il fatto – sottolinea il procuratore – che gli amministratori locali soffrono una situazione di estrema difficoltà quando un Comune viene sciolto in assenza di addebiti diretti in ordine alla obiettiva circostanza del condizionamento mafioso».

Lombardo prosegue sollecitando un dibattito sull’argomento. «La questione, quindi, è complessa – spiega – e richiede uno studio ed un dibattito sereno, ma approfondito, sgombro da ipocrisie, volto all’obiettivo di salvaguardare l’efficacia dello strumento senza, però, mortificare gli amministratori che, quando sono inconsapevoli del condizionamento, si sentono sotto schiaffo dello Stato e delle mafie».

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