Salta al contenuto principale

Duplice omicidio di Decollatura, sentenza definitiva

I killer dovranno scontare 20 anni di reclusione

Calabria
Chiudi

Le riprese video nei pressi del bar teatro del duplice omicidio

Apri
Nella foto: 
Un momento dell'omicidio ripreso dalle camere di sorveglianza
Tempo di lettura: 
4 minuti 43 secondi

LAMEZIA TERME – Confermata la pena a 20 anni di carcere per Domenico e Giovanni Mezzatesta, padre e figlio di 65 e 45 anni, per il duplice omicidio del bar del Reventino di Decollatura avvenuto a gennaio del 2013 (LEGGI LA NOTIZIA).

In primo grado con il rito abbreviato e in appello i due furono condannati all'ergastolo, la Cassazione a giugno 2016 annullò gli ergastoli (LEGGI LA NOTIZIA) con rinvio ad altra sezione di Corte d'Appello che confermò i 20 anni di carcere (LEGGI LA NOTIZIA).

Ora la Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del procuratore generale (che aveva chiesto l'annullamento della sentenza di appello che confermò i 20 anni di carcere) confermando quindi definitivamente i 20 anni di carcere per padre e figlio, autori del duplice omicidio dei lametini Francesco Iannazzo, 29 anni e Giovanni Vescio.

SCOPRI TUTTI I CONTENUTI SUL DUPLICE OMICIDIO DI DECOLLATURA

La Corte di Cassazione, dopo l'ergastolo inflitto in primo grado (dal gup di Lamezia) e in appello, accolse il ricorso redatto dall’avvocato Francesco Pagliuso (ucciso due mesi dopo la sentenza della Cassazione) , del prof. Giovanni Aricò e dell'avvocato Francesco Loiacono, annullando la pena all’ergastolo escludendo anche l’aggravante della premeditazione. Le fasi del duplice delitto ai danni di Francesco Iannazzo e Giovanni Vescio, era stato ripreso dalle telecamere collocate all’interno ed all’esterno del bar, che ripresero Domenico Mezzatesta (vigile urbano di Decollatura in pensione) mentre, nel corso di una discussione animata con le vittime, ad un certo punto estraeva una pistola esplodendo numerosi colpi all'indirizzo delle vittime che non ebbero scampo. Giovanni Mezzatesta, impugnando anch’egli un’arma, era intervenuto a sostegno dell’azione del padre che si rese irreperibile costituendosi alcuni mesi dopo il delitto mentre il figlio fu arrestato poche ore dopo il duplice omicidio.

I difensori di Domenico Mezzatesta insistettero in particolare sull’insussistenza dell’aggravante della premeditazione. La tesi sostenuta dalle difese è che l’azione omicidiaria sarebbe stata riconducibile al dolo d’impeto, e cioè ad una improvvisa esplosione di uno stato d’ira sedimentato nel tempo, e originato da una serie di gravi e reiterate vessazioni che i due Mezzatesta avrebbero subito da parte delle vittime. Le parti civili, che avevano sollecitato la conferma delle condanne, erano rappresentate dagli avvocati Armando Veneto, Lucio Canzoniere, Renzo Andricciola, Paolo Gallo e Antonio Larussa. Domenico Mezzatesta, agli inquirenti aveva esposto la propria versione dei fatti, spiegando cosa lo avrebbe indotto a compiere quell’insano gesto per la rabbia, l’esasperazione e per le prevaricazioni che disse di aver subito: una bomba contro la sua abitazione, il furto del camion della ditta del figlio, i pericoli corsi da lui, dalla moglie e dal figlio di 7 anni. Dalle immagini delle scene emersero le modalità efferate del delitto, commesso con 7/8 colpi di pistola esplosi in varie parti del corpo, i due lametini uccisi (che non erano armati) furono presi pure a calci in testa. E non erano solo i quattro a discutere prima che arrivasse il piombo per le due giovani vittime. C’erano anche altre due persone che al momento dell'omicidio si allontanarono in fretta. Secondo la ricostruzione degli inquirenti supportata dalle immagini delle telecamere, padre e figlio si sarebbero recati al bar armati e ognuno con la propria auto per incontrare le due vittime dopo che era stato evidentemente fissato un appuntamento. Vescio e Iannazzo e le altre due persone erano seduti a un tavolino del bar, (in quel momento oltre alla barista c’erano altri avventori) in attesa dei due Mezzatesta i quali giunsero poco dopo nel locale per chiarire qualcosa. Ma bastò poco per scatenare la furia omicida di Domenico Mezzatesta (con precedenti per tentato omicidio) che iniziò a sparare mentre il figlio fuori dal bar faceva da “palo”.

Lo stesso Giovanni Mezzatesta rientrò sferrando anche un calcio in testa a Vescio che cercò riparo dietro un divano all’interno del locale. Domenico Mezzatesta spinse però il figlio fuori dal bar affinchè continuasse a fare da “palo” mentre lo stesso 62enne sparò il colpo di grazia alle due vittime. Tutta la scienza fu ripresa dalle telecamere poste all'interno e all'esterno del bar.

Un duplice omicidio che si intreccia anche con gli omicidi dell'avvocato Francesco Pagliuso e di Gregorio Mezzatesta (fratello di Domenico) (LEGGI LA NOTIZIA). Le indagini sull'omcidio dell'avvocato penalista Francesco Pagliuso, ucciso nella tarda sera del 9 agosto 2016 (SCOPRI TUTTI I CONTENUTI SULL'OMICIDIO DI FRANCESCO PAGLIUSO), infatti, fecero emergere gli stretti rapporti fra gli Scalise (ritenuta una cosca operante sul Reventito) e Marco Gallo (ritenuto il killer dell'avvocato Pagliuso e di Gregorio Mezzatesta) e i contrasti fra Pagliuso e gli Scalise, che sarebbero iniziati quando Daniele Scalise (ucciso a giugno 2014, figlio di Pino e fratello di Luciano, ritenuti i priomotosi della cosca, in particolare Luciano è ritenuto il mandante dell'omicidio dell'avvocato ) avrebbero incontrato Pagliuso nel periodo di latitanza dello stesso Daniele Scalise che avrebbe accusato Pagliuso di non averlo difeso in maniera adeguata in alcuni processi.

Pagliuso insomma avrebbe pagato con la vita i contrasti fra i gruppi dei Mezzatesta e degli Scalise e anche la difesa al processo di Domenico e Giovanni Mezzatesta per il duplice omicidio di Francesco Iannazzo e Giovanni Vescio. Secondo gli Scalise, Pagliuso avrebbe anche aiutato Domenico Mezzatesta quando era latitante per il duplice delitto e questo avrebbe infastidito gli Scalise. Recentemente, gli Scalise e i Mezzatesta sono rimasti coinvolti nell'operazione Reventinum coordinata dalla Dda ed eseguita dai carabinieri le cui indagini avrebbero consentito di delineare gli assetti storici e attuali, nonché gli interessi criminali di due distinte e contrapposte cosche, quella degli Scalise e quella dei Mezzatesta, derivanti – secondo gli inquirenti - dalla scissione del gruppo storico della montagna, nell’area del Reventino, compresa tra i comuni di Soveria Mannelli, Decollatura, Platania, Serrastretta e territori limitrofi.

Ti sei ricordato di condividerlo con i tuoi amici?