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L'omicidio di Antonino Scopelliti fu deciso un anno prima

Le rivelazioni del collaboratore di giustizia Avola a Reggio

Calabria
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Nella foto: 
Antonino Scopelliti
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REGGIO CALABRIA - Nuova luce sull'omicidio del giudice di Cassazione Antonino Scopelliti assassinato a Campo Calabro il 9 agosto del 1991.

Dopo che le indagini sono state riaperte con 18 persone iscritte nel registro degli indagati (LEGGI) arrivano nuove importanti rivelazioni da parte del collaboratore di giustizia Maurizio Avola, uno dei killer del clan catanese guidato da Nitto Santapaola, che ha ammesso di avere partecipato all’omicidio di Antonino Scopelliti.

LA REAZIONE DELLA FIGLIA DEL GIUDICE E LA MAXI OFFERTA

 

Avola ha risposto alle domande rivoltegli oggi nell’aula bunker di Reggio Calabria dal procuratore aggiunto della Direzione distrettuale antimafia reggina Giuseppe Lombardo nel processo "'Ndrangheta stragista", confermando che la decisione di assassinare il sostituto procuratore generale era legata agli esiti del maxi processo in Cassazione contro Cosa nostra in cui il magistrato calabrese avrebbe rappresentato la pubblica accusa.

Nel processo "'Ndrangheta stragista" sono imputati il boss di Melicucco Rocco Santo Filippone, referente dei Piromalli di Gioia Tauro, e il capo mandamento di Brancaccio Giuseppe Graviano, elemento di primo piano del clan dei corleonesi guidati da Totò Riina.

Avola ha riferito di essere stato avvertito del delitto cinque giorni prima dell’esecuzione da Aldo Ercolano e Marcello D’Agata, vicini ai Santapaola e legati anche al clan De Stefano di Reggio. Il collaboratore ha inoltre ricordato in aula di avere saputo di una riunione organizzativa tenutasi nella primavera del 1991 a Trapani, presente Matteo Messina Denaro, in cui si affrontarono i particolari per l’eliminazione di Antonino Scopelliti.

L'omicidio, a suo dire, sarebbe stato contrario Francesco Messina Denaro, padre di Matteo, in quel periodo ancora in vita. Il pentito catanese ha anche confermato quella che era una direttiva strategica decisa dalle più importanti famiglie mafiose italiane, e cioè rivendicare ogni attentato con la sigla Falange Armata. Durante la stagione delle stragi numerosi furono gli attentati contro l’Arma dei carabinieri, uno dei quali compiuto a Reggio Calabria, con l’uccisione degli appuntati Antonino Fava e Giuseppe Garofalo (18 gennaio 1994) e il duplice ferimento di Bartolomeo Musicò e Salvatore Serra (1 febbraio 1994), oggetto del processo in corso. 

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