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Eugenio Facciolla

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CROTONE – Lo scoop del Quotidiano sul maresciallo Carmine Greco, 54enne di Spezzano, ex comandante della Stazione dei carabinieri forestali di Cava di Melis, competente su una vasta area del Parco nazionale della Sila, nel luglio 2018 arrestato per associazione mafiosa nell’ambito di una costola dell’inchiesta “Stige”, ha fatto ieri irruzione in aula davanti al Tribunale penale di Crotone: ne ha parlato l’ex procuratore di Castrovillari Eugenio Facciolla che, in qualità di teste (assistito dall’avvocato Vittorio Gangale perché imputato per fatti connessi a Salerno), ha riferito di aver informato la Procura generale di Catanzaro delle notizie riportate dal nostro giornale relative al coinvolgimento nella mega indagine antimafia di quello che era un suo stretto collaboratore, che prima di allora riteneva «affidabile». Prima del 12 febbraio 2018, data di uscita del pezzo che a quanto pare fece saltare Facciolla dalla sedia, non aveva mai ricevuto denunce sull’operato di Greco. «Mai». Ma non è stata una presa di distanze.

Rispondendo alle domande del pm Paolo Sirleo e a quelle del presidente del collegio, Marco Bilotta, Facciolla si è spinto anche oltre nell’elogio di Greco, il cui arresto, a dire del magistrato, «paralizzò la Procura di Castrovillari». «Le uniche indagini sugli incendi boschivi erano quelle della Stazione di Cava di Melis grazie a un sistema di videotrappole e alla conoscenza del territorio». Del resto, a Greco, l’ex procuratore di Castrovillari, trasferito a Potenza con funzione di giudice civile dalla Sezione disciplinare del Csm, aveva affidato la delicata inchiesta su Calabria Verde. E quando il pm Sirleo ha fatto riferimento a una nota del tenente colonnello dei carabinieri Gaetano Vorpia, che forniva un quadro di anomalie sull’operato di Greco, Facciolla ha risposto dicendo che conteneva «elementi mistificanti e smentiti dalle indagini che avevamo in corso». Non sono mancati segni di nervosismo nell’aula a un certo punto abbandonata da uno dei difensori di Greco, l’avvocato Franco Sammarco, che aveva rinunciato alla deposizione di Facciolla, il quale, invece, a proposito di alcune note ritrovate nel computer di Greco e oggetto del parallelo processo di Salerno, ha sbottato: «mica ce le ho messe io».

L’esame si è incentrato anche su una serie di colloqui investigativi tra Greco e l’imprenditore boschivo Antonio Spadafora nei mesi precedenti al suo arresto. Greco, ex consigliere dei ministri dell’Ambiente Clini e Galletti, che oggi deve difendersi dall’accusa di essere organico alla “provincia” di ‘ndrangheta capeggiata dal potente boss di Cutro Nicolino Grande Aracri e della quale, tra gli altri, farebbero parte Spadafora e alcuni suoi congiunti, era finito sotto la lente della Dda per presunte connivenze con gli stessi Spadafora le cui pratiche illegali sarebbero state tollerate o addirittura coperte.

Greco fu poi arrestato dalla Dda di Catanzaro per associazione mafiosa poiché da una parte avrebbe favorito gli Spadafora, titolari della coop Kalasarna, e dall’altra avrebbe chiesto loro una mano per preconfezionare prove contro Antonietta Caruso (LEGGI), dirigente di Calabria Verde, società in house della Regione, e un agronomo, arrestati a loro volta dalla Procura di Castrovillari per una tangente. Nell’ottobre 2017, Greco aveva fermato la donna in un posto di blocco trovandola in possesso di 20mila euro appena consegnati dagli Spadafora per una pratica relativa a un lotto boschivo.

Facciolla è stato chiamato a ripercorrere il modus operandi seguito nel corso di un’indagine per la conclusione della quale, dopo l’arresto di Greco, trascorsero sei mesi e la cui bontà ha difeso soltanto menzionando vari provvedimenti giurisdizionali. «Chiesi di documentare la consegna del denaro», ha sottolineato Facciolla, che ha anche fatto riferimento allea «rabbia» di Spadafora, emersa da alcune intercettazioni, sul mancato sblocco dei tagli da parte della Caruso che «non aveva competenze sul punto». Secondo Facciolla «qualcun altro contribuiva».

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