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Marco Petrini

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COSENZA – Le sue dichiarazioni sono «inattendibili» e «fallaci», rese solo con l’intento di lasciare il carcere e tornare in libertà. Così, lo scorso giugno, il gip Pietro Indinnimeo liquidava la collaborazione di Marco Petrini, giudice corrotto e in apparenza reo confesso, in quei giorni nell’occhio del ciclone per le accuse mosse contro colleghi e politici, poi ritrattate o smentite dalle evidenze.

Proprio la sua condotta ondivaga e calunniatoria aveva indotto la stessa Procura di Salerno a chiedere di riportarlo dietro le sbarre, ma nel respingere quella richiesta, Indinnimeo si era spinto a indicare un antidoto alternativo alla prigione: basterà non interrogarlo più, suggeriva il gip, perché a suo avviso il soggetto in questione avrebbe potuto reiterare le sue false accuse solo «se compulsato dall’autorità giudiziaria».

Cinque mesi dopo, le parole di Indinnimeo, durissime e per certi versi allusive, appaiono più chiare a seguito della lettura del primo interrogatorio di Petrini. Non a caso, che l’ex presidente di sezione della Corte d’appello di Catanzaro fosse un soggetto fragile e da maneggiare con cautela, emerge in modo palese già in occasione di quel colloquio datato 31 gennaio e rimasto fin qui inedito. Si tratta del biglietto da visita della sua collaborazione, successiva all’arresto avvenuto due settimane prima per una serie di accordi corruttivi – soldi e altre regalie in cambio di sentenze compiacenti – documentati dalle telecamere nascoste nel suo ufficio dalla guardia di finanza.

Quell’interrogatorio, però, non si apre con uno dei fatti oggetto dell’ordinanza di custodia cautelare e per i quali Petrini è attualmente sotto processo; la prima domanda che gli rivolge il pubblico ministero Luca Masini, riguarda l’assoluzione del boss Francesco Patitucci dall’accusa di omicidio, vicenda all’epoca ancora coperta da segreto investigativo e per la quale oggi sono indagati a piede libero due avvocati cosentini, Marcello Manna e Luigi Gullo.

Proprio quest’ultimo è indicato da Petrini come colui il quale, a ottobre del 2019, gli avrebbe proposto i termini dell’accordo corruttivo: diecimila euro in due tranche, la metà subito e il resto a lavoro compiuto, per ribaltare la sentenza che, in primo grado, condannava Patitucci a trent’anni di reclusione.

«Ha mai ricevuto promesse o somme di denaro anche dall’avvocato Manna?». La domanda di Masini si inserisce nel discorso secca e diretta, ma la risposta non è da meno: «No». Petrini nega per due volte, prima che il pm lo renda edotto dell’esistenza di un video. Il 30 maggio del 2019, infatti, le telecamere della finanza documentano la visita di Manna nell’ufficio di Petrini durante la quale il penalista, che è anche sindaco di Rende, gli consegna una cartella, spiegandogli che all’interno vi troverà una sentenza della Corte costituzionale che impone loro di rinnovare l’istruttoria in dibattimento e risentire i collaboratori di giustizia nel processo contro Patitucci, all’epoca appena iniziato.

Il sindaco di Rende Manna, indagato per corruzione

«Lo vuole vedere questo video o vuole ripensarci?», lo sollecita Masini. «Non per questo processo». Anche in questo caso l’interlocutore lo ripete per due volte: l’accordo per salvare Patitucci, sostiene, è stato fatto con l’altro avvocato; riguardo a Manna, quel giorno gli avrebbe consegnato sì 2.500 euro – custodite in una busta messa all’interno di quella cartelletta – ma per drogare un’altra sentenza, relativa a un dissequestro milionario in favore di un suo cliente, l’imprenditore Antonio Ioele. «Non per questo processo» ribadisce, collegando quella presunta tangente di maggio a Ioele e non a Patitucci. «Non sia affrettato – lo avverte il pm – perché è già capitato più volte che lei abbia risposto e poi a un ricordo migliore…». Affermazione oscura, perché quello dovrebbe essere il primo interrogatorio di Petrini, ma tant’è: si procede così, in un botta e risposta lungo e logorante, tra un «abbia pazienza» e un «lei deve rispondere con sincerità», finché Masini gli contesta apertamente di non dire la verità. Secondo lui, quei soldi che Petrini sostiene di aver preso Manna non si riferiscono a Ioele, bensì a Patitucci: «Allora, io glielo ridomando perché non vorrei vanificare quella che è la portata positiva, secondo me, sotto il profilo della lealtà, almeno processuale, che lei finora ha tenuto». È il momento «di fare chiarezza» proclama il pm, e come del resto ha fatto per tutto l’interrogatorio, anticipa la risposta di Petrini, dettandone l’incipit ai fini della verbalizzazione: «Prendo atto della contestazione e a modifica di quanto da me dichiarato in precedenza, voglio dichiarare che…»; si sovrappone Petrini: «Che la somma si riferiva… che la somme all’interno della sentenza della busta si riferiva al processo Patitucci» e il dietrofront è servito.

Tutto sembra compiuto, o forse no. Masini, infatti, ritiene che ci siano ancora altri aspetti da precisare. Nella sua narrazione, quei 2.500 euro diventano una «somma che mi è stata corrisposta dall’avvocato Manna quale acconto in cambio della promessa di assolvere Patitucci». Non è Petrini che parla, ma il pm: «Ho riassunto in termini precisi, fedeli?». La risposta è «Sì». Le domande si estendono anche al momento in cui Gullo gli avrebbe consegnato la seconda tranche di denaro. Anche Manna ne è al corrente? «Penso di sì, immagino di sì». Ma il pensiero non basta. «Lei deve rispondere con sincerità», e allora l’ex presidente si allinea: «Guardi… sì, sì, la sincerità è questa». Le dinamiche dell’interrogatorio si fanno sempre più tese e drammatiche. Riguardo all’affaire Ioele, si arriva a retrodatare la presunta consegna di denaro collegata al via libera per il dissequestro dei beni: sarebbe avvenuta nella stanza della camera di consiglio, subito dopo la pronuncia della sentenza favorevole all’imprenditore.

Petrini, infatti, ha cambiato ormai versione in modo radicale. La sua nuova verità è che gli incontri con Gullo sono stati preceduti, mesi prima, da un abboccamento avuto con Manna nel corridoio del tribunale e di aver in seguito «percepito» che i due difensori agissero in sinergia. «Anzi, era chiaro», precisa sollecitato in tal senso. Esclude con certezza che all’imbroglio abbia preso parte il suo collega Fabrizio Cosentino e va da sé che, in un interrogatorio successivo, cambierà ancora versione, accusando il giudice a latere prima della nuova definitiva ritrattazione: per un Petrini che ondeggia tra un’interrogatorio e l’altro, ce n’è un altro che dice tutto e il contrario di tutto nel giro di pochi minuti. Qual è allora il Petrini che racconta il vero, e come distinguerlo dalla sua imitazione? Le sue giravolte sono anche conseguenza delle «compulsazioni dell’autorità giudiziaria» a cui si richiamava Indinnimeo? Domande ancora inevase e alle quali, per la vicenda Manna-Gullo, l’incidente probatorio in programma il 13 ottobre potrebbe associare una risposta parziale. Il resto, per ora, è solo oscurità. E brividi.

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