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Lamezia, blitz della Finanza: 21 ordinanze cautelari

12 sono arresti per aste giudiziarie truccate - I NOMI

Calabria
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Il procuratore Salvatore Curcio
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LAMEZIA TERME (CATANZARO) - Blitz dei militari della Guardia di Finanza di Lamezia Terme che, coordinati e diretti dalla locale Procura della Repubblica guidata dal procuratore Salvatore Curcio nel caso di specie coadiuvato dal sostituto procuratore Giulia Maria Scavello, hanno eseguito ventuno ordinanze cautelari nei confronti di persone indagati per reati vari contro la pubblica amministrazione ed il patrimonio nell'ambito dell'Operazione Asta la vista - Nomos

Si tratta di 12 arresti e 9 interdizioni.

ECCO I NOMI DELLE PERSONE COINVOLTE
E I PROVVEDIMENTI ASSUNTI DAL GIP

Tra le accuse c'è anche quella di aver dato vita ad una serie di aste giudiziarie truccate, dall’inchiesta, infatti, sarebbero emersi episodi di turbata libertà degli incanti al fine di condizionare l’esito delle aste giudiziarie, ma anche rivelazione ed utilizzazione di segreti d'ufficio, abuso d'ufficio, falsità ideologica commessa dal pubblico ufficiale, induzione indebita a dare o promettere utilità, senza tralasciare autoriciclaggio ed estorsione.

Tra le persone nei confronti delle quali sono state eseguite le misure cautelari ci sono anche avvocati, commercialisti, pubblici dipendenti, curatori fallimentari e custodi giudiziari.

Complessivamente l'inchiesta ha coinvolto 86 persone indagate a vario titolo, ed ha portato al sequestro di beni per un valore complessivo di 8 milioni di euro. Inoltre, i militari hanno realizzato 23 perquisizioni domiciliari e 10 locali riguardanti persone residenti a Lamezia Terme, Serrastretta, Soveria Mannelli, Gizzeria, Maida, Reggio Calabria e Palmi.

Le indagini e il sistema per pilotare le aste

L'indagine ha puntato su tutta una serie di anomalie relative a numerose vendite giudiziarie (circa una trentina nel 2018 ma l'indagine parla di un condizionamento durato almeno un decennio) presso il Tribunale di Lamezia Terme oppure presso l'associazione notarile sita sempre nel Palazzo di Giustizia. In queste aste, secondo l'accusa, sarebbe stato dirottato l'esito finale verso un obiettivo specifico e prefissato dagli indagati.

Alla base del sistema c'era, secondo la procura, Raffaele Calidonna che «in alcuni casi partecipava personalmente e in altri si avvaleva - spiegano gli inquirenti - di compiacenti collaboratori tra cui avvocati, commercialisti, nonché ganci interni al Palazzo di Giustizia, e dell'interposizione fittizia di una agenzia di affari costituita ad hoc ed intestata alla figlia». Con questo sistema Calidonna «riusciva ad ottenere ribassi e/o prezione informazioni riservate relative alle aste giudiziarie dei suoi clienti, risultati il più delle volte debitori delle stesse». E se le notizie non erano sufficienti per piazzare l'offerta sicuramente vincente allora «Calidonna avvicinava gli altri offerenti intimidendoli al fine di farli desistere adducendo vicinanze ed appartenenze a cosche locali».

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