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LA polizia di Milano sta eseguendo in Lombardia e in Piemonte un’ordinanza di custodia cautelare nei confronti di nove persone ritenute responsabili, a vario titolo, di associazione per delinquere e trasferimento fraudolento di valori. Le indagini hanno fatto luce sugli interessi di soggetti contigui a cosche calabresi che reinvestivano denaro frutto di attività illecite, con immissione di grandi capitali nel circuito della grande ristorazione nel Nord Italia.

Tra i sequestri, per oltre 10 milioni di euro, le quote societarie di alcuni ristoranti di una nota catena di pizzerie. Sequestrate anche le quote societarie di alcuni ristoranti appartenenti alla nota catena di “giro-pizza” Tourlé, riferibili, in prima istanza, ad un noto pregiudicato contiguo alla criminalità organizzata calabrese.

Le indagini sono state condotte dagli agenti della Squadra Mobile della Questura di Milano e, nella fase preventiva, dai poliziotti della Divisione Anticrimine milanese, coordinate dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Milano.

Secondo il gip di Milano Natalia Imarisio, la banda avrebbe gestito i ristoranti appartenenti alla nota catena di “giro-pizza” Tourlé, marchio “in franchising”, nel nord Italia con «meccanismi propri della criminalità organizzata nella gestione delle attività commerciali», attraverso intimidazioni, prestanome, professionisti, e al «vertice» ci sarebbe stato Giuseppe Carvelli, già noto alle forze dell’ordine per narcotraffico e «vicino» alle cosche calabresi.

Le indagini hanno ricostruito l’investimento iniziale di 400mila euro nella pizzeria “Tourlè” di Sesto San Giovanni (Milano) da parte di Giuseppe Carvelli, legato, secondo quanto affermato in conferenza stampa dagli investigatori, alle famiglie di ‘ndrangheta dei Pesce e Mancuso.

Carvelli era stato arrestato nel 2008 con 6 chili di cocaina e poco dopo aveva ricevuto un cumulo pena di 22 anni. Grazie ai permessi premio e all’affidamento in prova ai servizi sociali, nel 2017 è uscito dal carcere e ha chiesto conto dell’investimento, riprendendo la gestione di quella che è poi diventata una catena di locali.

Alessandra Dolci, capo della direzione distrettuale antimafia di Milano, ha affermato: «Questa operazione rappresenta un momento significativo perché dimostra gli investimenti della criminalità organizzata nel campo del food in Lombardia».

«Bisogna capire definitivamente che qui le cosche hanno soprattutto un potere economico, più che militare – ha commentato Francesco Messina, direttore centrale dell’Anticrimine – Il modello Milano di prevenzione deve essere esportato».

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