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Il crollo di una delle Torri

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Con l’assalto terroristico al cuore simbolico dell’America si chiude definitivamente la stagione del postmoderno. In termini culturali il salto nel vuoto della nuova era è evidente. Riscontriamo che il mondo è cambiato, partendo da un pubblicazione degli anni ’80 scritta da Jean Baudrillard su “L’America”.

Il pensatore francese, traendo spunto da un viaggio negli Stati Uniti a bordo di una Chrysler, ne approfittava per analizzare quell’idea dell’America che ha affascinato l’Europa per oltre mezzo secolo. L’acuto studioso transalpino osservava dal suo finestrino “Un’America iperreale perché utopia vissuta fin dall’inizio come realizzata”. Ora che gli States interiorizzano la coscienza infelice, inevitabilmente, anche noi europei cambiamo rispetto al mondo in cui siamo cresciuti. Con quegli aerei civili lanciati come strumenti di morte contro le Twin Towers e il Pentagono, l’America ha perso, forse definitivamente, la convinzione di essere non solo la potenza suprema, ma anche il modello assoluto.

È stata violentata quella bellezza da modello urbanistico che New York ha conquistato in cinquant’anni contro i secoli di Roma e Parigi. È stata infranta la capitale del postmoderno, “città faraonica, tutta guglie e obelischi”. Là dove lo spazio è sempre stato pensiero, le due torri sono crollate nelle immagini televisive senza perdere il loro portamento verticale, come se calassero in una botola, e la loro stessa base, a livello del suolo, ne assorbisse le macerie. Le descrizioni di Baudrillard, riferite ai grattacieli in demolizione, forse calzano a pennello alla catastrofe di Manhattan, perché scritte da un filosofo in contatto con parole quali “scambio simbolico”, “morte, “strategie fatali”.

A New York, capitale del mondo, l’11 settembre per la prima volta le strade e le arterie si sono svuotate. La nazione più forte del mondo per la prima volta ha dovuto accettare la pausa della notte. Per la prima volta il mito costruito sul dato che tutto deve funzionare sempre (aerei, telefoni, trasporti) è sprofondato sotto le macerie degli attentati. La guerra è entrata in dei luoghi, che fino a ieri, avevamo visto colpire solo nei film catastrofici.

La capitale del pianeta scopre la vulnerabilità e la minaccia. Cia, Scudo stellare e rete spionistica Echelon sono risultati impotenti di fronte all’attacco terrorista. Baudrillard nel descrivere New York negli anni ’80 affermava “La sua densità, la sua elettricità superficiale allontano l’idea della guerra”. Ora il conflitto invece si materializza sulla Quinta strada.

Il museo del Potere si mostra al mondo come un colosso d’argilla. Viene messa in crisi l’idea di utopia realizzata dall’America, che ha sempre rappresentato l’idea di essere la realizzazione di tutto ciò che gli altri hanno sognato. La messa in crisi del modello assoluto è apparsa in tempo reale sugli schermi televisivi di tutto il mondo. Gli aerei civili contro gli edifici simbolici dell’America non sono come il celebre blackout del 1976. Allora, quell’incidente era solo un evento mondiale che contribuiva a glorificare la potenza americana.

Oggi l’America registra un corto circuito. L’America non è solo una potenza, ma è anche un modello, quello dell’impresa e mercato. Ma è soprattutto uno stile di vita. Contro questi valori si rivolta con spettacolare prepotenza un Quarto mondo transpolitico. Bin Laden è il simbolo della scomunica che colpisce la società globalizzata della comunicazione.

Hannah Arendt, nei suoi scritti, sostiene che la rivoluzione americana, a differenza di quelle europee, è una rivoluzione riuscita. Ma ogni rivoluzione, anche quella riuscita, ha vittime ed emblemi sacrificali. Dopo l’assassinio dei Kennedy, ora il sacrificio americano diventa collettivo. Con un’evidente conseguenza globale. Con il crollo delle Twin Towers il mondo occidentale perde delle speranze e aumenta le sue angosce collettive.

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