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Il giudice Petrini conta i soldi nel suo ufficio

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CROTONE – Si amplia l’inchiesta su un vasto giro di corruzione giudiziaria condotta dalla Guardia di finanza di Crotone: finisce in carcere, con l’accusa di corruzione con l’aggravante mafiosa, anche il commercialista di Rende Antonio Claudio Schiavone.

Si tratta di una prosecuzione dell’operazione Genesi, nell’ambito della quale, tra gli altri, è stato già arrestato il giudice Marco Petrini, presidente di una Sezione della Corte d’Appello di Catanzaro: Schiavone avrebbe fatto da tramite tra lui e l’avvocato del Foro di Catanzaro Francesco Saraco, di Santa Caterina dello Jonio, per corrompere il magistrato.

L’avvocato Saraco, come si ricorderà, è accusato di essersi rivolto al giudice Petrini per ottenere la revoca della confisca di beni del valore di 30 milioni di euro disposta dal Tribunale di Catanzaro nei confronti di suo padre Antonio, ritenuto affiliato alla cosca Gallelli Gallace Saraco operante nel Basso Ionio catanzarese: 10mila euro il prezzo della corruzione, versato da Schiavone, sempre per l’accusa, alla presenza di Emilio Santoro, medico di Cariati in pensione, nell’ascensore dell’immobile di Lamezia Terme in cui il giudice, oggi agli arresti domiciliari in un convento, risiedeva.

E ancora, il giudice si sarebbe adoperato a ridurre le pene, previa esclusione del reato di associazione mafiosa, a Antonio Saraco e Maurizio Gallelli, già condannati rispettivamente a 10 e 16 anni per estorsione, ricevendo una serie di utilità: non solo sciarpa e maglioncino griffati o le solite clementine, già comparse in altri episodi di corruttela, in quanto l’imputato chiave – nei cui confronti è in corso un processo a Salerno col giudizio immediato – avrebbe accettato anche la consegna di un appartamento a Rho (realizzato da una società controllata dai Saraco) e di un assegno di 100mila euro emesso da Santoro a titolo di garanzia.

Nell’attività corruttiva, dunque, sarebbe stato coinvolto anche Schiavone che avrebbe ricevuto la promessa della somma di 150mila euro, 60mila dei quali da utilizzarsi per pagare il giudice al fine di ottenere una sentenza assolutoria in appello. Schiavone, in stabili relazioni col massone Santoro, ma anche socio della The Grand srl a sua volta partecipata dall’avvocato Saraco con quote del 5 per cento e dalla moglie Vittoria Iaquinta al 20 per cento, avrebbe ricevuto nel suo studio di Cosenza la promessa della somma di 150mila euro cui fece seguito la consegna, una settimana dopo, dell’importo di 60mila euro. Schiavone, inoltre, avrebbe rassicurato Santoro che in seguito alla riduzione della pena di Maurizio Gallelli da 16 a 6 anni e all’assoluzione in Appello di Antonio Saraco, la famiglia Saraco avrebbe eseguito i detti pagamenti.

Sarebbe stato l’ex consigliere regionale cosentino Pino Tursi Prato ad accompagnare Santoro all’incontro con Saraco che avrebbe consegnato al medico la busta contenente il denaro. L’ordinanza di custodia cautelare in carcere è stata firmata dal gip di Salerno Giovanna Pacifico su richiesta della Procura della città campana per fatti del 2018.

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