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Il comizio col fratello del boss Mannolo durante la campagna elettorale del 2016

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CUTRO (CROTONE) – C’è anche il comizio col fratello del boss Alfonso Mannolo e due parenti di pezzi grossi dell’omonimo clan della frazione San Leonardo nella fitta serie di motivi che hanno portato, nell’agosto scorso, allo scioglimento del consiglio comunale di Cutro per infiltrazioni mafiose, ma quello a suo tempo denunciato dal Quotidiano è soltanto uno degli elementi che, come si evince dalla relazione del ministro dell’Interno Luciana Lamorgese, oltre che da quella del prefetto di Crotone, Tiziana Tombesi, dimostrano le ingerenze della criminalità organizzata nelle scelte amministrative, con chiamate di corresponsabilità della giunta guidata dall’ex sindaco Salvatore Divuono e di quella del suo predecessore, Salvatore Migale.

Il problema, dice il ministro nell’atto finalmente pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale, non è soltanto che «La commissione d’indagine riferisce della presenza tra gli amministratori eletti di persone che hanno collegamenti e frequentazioni con soggetti appartenenti o contigui alla criminalità mafiosa e a vario titolo legati alle famiglie di ‘ndrangheta del comprensorio cutrese»; o che tali collegamenti siano emersi già durante la campagna elettorale del 2016, nel corso della quale in più occasioni in alcuni dei comizi organizzati dal candidato Divuono, poi eletto sindaco, «è stata rilevata la presenza di personaggi noti alle forze dell’ordine e riconducibili alle locali cosche mafiose». Del resto, le ingerenze verrebbero fuori anche dal fatto che tra i sottoscrittori della coalizione “Cutro città normale”, che vinse le elezioni, vi erano persone vicine ai clan oltre che dal fatto che la segreteria nazionale del M5S ritirò la lista per le parentele tra alcuni candidati con la ‘ndrangheta. Il problema è anche che «Le frequentazioni e i collegamenti con esponenti della ‘ndrangheta hanno interessato anche l’apparato burocratico dell’ente che, soprattutto nei servizi più sensibili, quali l’area lavori pubblici e manutenzione, l’area urbanistica e l’area vigilanza, risulta a soggetti appartenenti alle principali famiglie mafiose della zona». Inoltre, «Funzionari dell’ente, come si rileva da provvedimenti giudiziari, sono risultati protesi, a vari livelli, a favorire gli interessi delle cosche criminali presenti sul territorio, con un evidente sviamento della gestione della cosa pubblica dai principi di legalità». Ciò emerge, in particolare dal modus operandi nella gestione dell’ente, risultata «opaca in specie nel settore degli appalti». In proposito, il prefetto, evidenzia il «prevalente ricorso ad affidamenti diretti, attraverso l’artificioso frazionamento del valore dei lavori affidati ripetutamente agli stessi soggetti in assenza di procedure ad evidenza pubblica».

L’input agli accertamenti della commissione d’accesso è venuto, del resto, dall’indagine Thomas, nell’ambito della quale sono stati arrestati a gennaio l’ex dirigente dell’area tecnica Ottavio Rizzuto (in carica nove anni e fino al 2015), peraltro ex presidente della Bcc del Crotonese, e l’imprenditore Rosario Lerose, cognato di una sorella del boss Nicolino Grande Aracri. Una ditta che nelle carte dell’inchiesta della Dda di Catanzaro e della Guardia di finanza di Crotone viene indicata come «completamente ed esclusivamente a disposizione delle cosche», ricorda il ministro, che parla anche di «un costante condizionamento operato dalla locale cosca sul Comune di Cutro nella gestione degli appalti pubblici»; cosca che così trae «diretto e cospicuo giovamento economico».

Tentacoli anche sul servizio di raccolta e smaltimento dei rifiuti urbani, «assegnato sin dal 2013 ad una società destinataria nel 2014 di interdittiva antimafia»; il riferimento è alla Derico, a cui poi subentrò la Ew&T del noto imprenditore Giuseppe Clarà, di Santa Severina, arrestato nell’operazione Stige e imputato di concorso esterno in associazione mafiosa nel maxi processo che ne è scaturito, quello contro il “locale” di ‘ndrangheta di Cirò. La ditta è stata sottoposta a amministrazone giudiziaria ma il Comune le tolse il contratto e subentrò così la seconda classificata nella gara d’appalto, la Sea srl di Rocca di Neto. Il sospetto degli inquirenti è che la figura di Clarà sia in qualche modo presente anche in quest’impresa. Ma «anomalie e irregolarità» hanno caratterizzato anche gli affidamenti della gestione cimiteriale e di lampade votive nonché di ulteriori lavori pubblici, «tutti disposti in via diretta alla medesima ditta per importi complessivi di rilevante valore economico». La nuova giunta, il cui sindaco si era dimesso a luglio, poco prima dello scioglimento, avrebbe operato «in continuità con il modus operandi delle precedenti amministrazioni elettive» favorendo nel tempo alcune imprese cui sono stati affidati lavori di sistemazione dei corsi d’acqua, di viabilità, di interventi straordinari sul sistema idrico». E quegli operatori economici «si sono rivelati essere espressione o comunque collegati con le ‘ndrine locali».

A ciò si aggiunge l’«assoluta carenza di strumenti pianificatori cui affidare l’ordinato sviluppo urbano di Cutro e la sostanziale assenza di vigilanza da parte della polizia municipale sul territorio»; e se negli anni 2016-2020 sono state emesse 55 ordinanze di demolizione, alcune delle quali peraltro riguardanti immobili appartenenti a malavitosi, solo quattro sono state concluse, mentre i restanti provvedimenti, di fatto, sono rimasti ineseguiti. «Assolutamente trascurata», poi, la gestione del patrimonio dei beni confiscati alla criminalità organizzata, transitati nella disponibilità del Comune di Cutro e la cui valorizzazione «assume anche un forte significato simbolico quale forma di restituzione alla collettività di beni frutto di attività criminose»; infatti, l’amministrazione comunale uscente «non ha avviato nuove procedure per l’assegnazione». Ma ha pure omesso di vigilare sui beni assegnati, che risultano per lo più «inutilizzati», al punto che un appartamento è stato occupato abusivamente.

Mala gestio anche per la «inefficace riscossione dei tributi locali, con grave danno per le finanze comunali» tanto più che soltanto dai controlli della commissione d’indagine è venuto fuori che «i ruoli dei debitori di Imu e Tari sono stati integrati con i nominativi di contribuenti fino ad allora non censiti, tra cui soggetti riconducibili o legati alle locali organizzazioni malavitose». C’è, dunque, tutta una «serie di condizionamenti nell’amministrazione comunale di Cutro, volti a perseguire fini diversi da quelli istituzionali, che hanno determinato lo svilimento e la perdita di credibilità dell’istituzione locale nonché il pregiudizio degli interessi della collettività». Ecco perché è «necessario» l’intervento dello Stato e ciò sebbene il risanamento sia iniziato con l’insediamento del commissario Domenico Mannino dopo le dimissioni di Divuono. Il prefetto in quiescienza Mannino è stato pertanto confermato alla guida della commissione straordinaria.

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