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La villa confiscata al boss Comberiati

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PETILIA POLICASTRO (KR) – «Io da qua non me ne vado». Parola di Paola Ceraudo, moglie del boss ergastolano Vincenzo Comberiati, quando ha visto arrivare i carabinieri della Compagnia di Petilia Policastro che stavano per eseguire lo sgombero della villa del capocosca, confiscata in via definitiva dal 2018, su decisione della Corte di Cassazione, eppure ancora occupata da dagli stretti congiunti. Una decina di persone, tre nuclei familiari, abitavano in quell’immobile a due piani, nella località Foresta, da quattro anni acquisita al patrimonio dello Stato.

Una quindicina di militari, diretti dal maggiore Giuseppe Del Sole, hanno, alla fine, allontanato gli occupanti che avevano contattato l’avvocato Renzo Cavarretta, il quale ha fatto presente che la Prefettura di Crotone aveva chiesto al Comune di Petilia di individuare un alloggio temporaneo che però non era stato reperito. Una vicenda emblematica che la dice lunga sulle contraddizioni nell’applicazione della normativa che presiede al sequestro e alla confisca dei beni mafiosi, mentre di assegnazione a fini sociali ancora manco si parla. La vicenda è complessa e risale addirittura a 17 anni fa.

Il tesoro tolto in due tranche, tra il 2005 e il 2006, al boss oggi ergastolano fu quasi tutto restituito ad eccezione proprio di quella villa. La Cassazione nel 2010 annullò senza rinvio il decreto di confisca emesso un anno prima dal Tribunale di Crotone secondo cui era venuta meno la pericolosità sociale di Comberiati in seguito alla revoca della sorveglianza speciale (pur essendo egli allora detenuto per un duplice omicidio).

Il sequestro era scattato perché il reddito annuo di Comberiati, da lavoratore forestale “stagionale”, non superava i 4000 euro, l’Inps gli aveva pagato per undici anni (dal ’93 al 2004) un’indennità di disoccupazione pari a 4600 euro all’anno, eppure beni mobili e immobili per circa due milioni e mezzo di euro erano a lui riconducibili, secondo quanto emerso da una complessa indagine patrimoniale dei carabinieri coordinata dal pm Pierpaolo Bruni, allora in forza alla Dda di Catanzaro. L’attenzione degli inquirenti era stata attirata dal fatto che, pur risultando Comberiati operaio assunto a tempo indeterminato presso l’Afor, non aveva mai prestato continua attività lavorativa, tanto da venire notato quotidianamente in giro per Petilia anziché sul posto di lavoro. Inoltre, il reddito da lui percepito nei 20 anni precedenti al sequestro non aveva mai superato i 4000 euro annui, eppure Comberiati aveva la disponibilità di quella villa oltre che di quattro auto, anche di grossa cilindrata, di cui due blindate.

Eppure i suoi familiari risultavano svolgere attività subordinate, con retribuzioni modeste, non conciliabili con un alto tenore di vita e il possesso di mezzi di elevato valore. Erano stati soprattutto gli accertamenti sul conto della moglie di Comberiati, quella che non voleva andarsene, a rivelare una sproporzione tra le disponibilità economico-finanziarie e le posizioni reddituali della famiglia.  Il resto lo fece uno sguardo alle numerose vicende giudiziarie di Comberiati, noto alle forze dell’ordine per associazione mafiosa, estorsioni, omicidi, reati in materia di armi e altro. Da qui la valutazione degli inquirenti – accolta in toto dai giudici crotonesi, che convalidarono il sequestro e disposero la confisca – secondo cui questa sproporzione fra reddito dichiarato e disponibilità economiche e patrimoniali era da ricondurre a guadagni illeciti, ottenuti mediante estorsioni continuate e traffico di stupefacenti, reati resi possibili dall’appartenenza a un sodalizio criminale di tipo mafioso.

Nel 2010 Comberiati e i suoi familiari tornarono in possesso di buona parte dei beni sequestrati, ovvero 35 ettari di terreno agricolo, ubicati tra Petilia e Mesoraca, le quattro autovetture (una Bmw “serie 5” e un’Alfa “164” blindate, una Volkswagen “Golf” e una Bmw “serie 1”), due appartamenti nel villaggio Trepidò di Cotronei, conti bancari, libretti postali e valori mobiliari per 300.000 euro, ma la confisca di quell’immobile (il valore stimato era 500.000 euro) intestato alla madre del boss, che non avrebbe mai avuto redditi sufficienti per realizzarlo, è passata in giudicato in seguito a una nuova pronuncia della Suprema Corte, a conclusione di un iter giudiziario farraginoso, soltanto nel 2018. Intanto, nel dicembre scorso è divenuta definitiva la condanna all’ergastolo di Comberiati per gli omicidi di Mario e Romano Scalise essendo stato respinto il ricorso per la rideterminazione della pena a 30 anni.

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