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Crotone sommersa dall'acqua

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SOLO le foto e i video circolati in quantità su ogni mezzo di comunicazione danno l’idea precisa di cosa sia accaduto ieri a Crotone e in alcuni centri della provincia, e soprattutto di cosa si sia rischiato. Il nubifragio, o, con espressione giornalistica, la “bomba d’acqua” che ha interessato quell’area ha riportato con la mente all’alluvione del 1996. In quel caso ci furono sei vittime, e molti dei quartieri e delle contrade periferiche attraversate da fiumi di acqua e fango sono gli stessi in cui ieri sono state semisommerse automobili, soccorse persone.

Solo pochi giorni fa, in un’intervista al Quotidiano rilasciata al collega Giacinto Carvelli, l’ingegnere Antonio Bevilacqua, componente del team a cui all’epoca venne affidata la progettazione per interventi di sistemazione e regimentazione delle acque dopo l’alluvione del 1996, rilevava che ad oggi, dopo 24 anni da quell’evento, neanche il 50% delle opere di messa in sicurezza è stato realizzato.

Quel progetto preliminare approvato prevedeva interventi per 200 milioni di euro. Ne sono stati spesi la metà, ma “ciò non vuol dire – faceva notare il professionista – che il rischio idraulico (alluvione) è stato dimezzato, ma solo che è stato leggermente ridotto”.

Per quanto certi eventi siano eccezionali, non prevedibili nella frequenza esatta e nell’entità dell’impatto sui territori, i danni per le “bombe d’acqua”, e anche i rischi più drammatici scampati, non sono legati alla “cattiveria” della natura, esattamente come il non essere riusciti ad assicurare posti letto a sufficienza e sistemi efficaci di tracciamento dei contagi da Covid non fa parte della “cattiveria”, che pure c’è, del virus.

Tra la previsione in termini anche probabilistici (allerta meteo, piuttosto che “seconda ondata” della pandemia), in entrambe le situazioni, e il verificarsi o meno dei danni evitabili c’è sempre almeno una variabile: la capacità, il senso di responsabilità, la serietà, che dir si voglia. La natura, in questo caso, non c’entra.

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