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Luca Vecchi, sindaco di Reggio Emilia

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REGGIO EMILIA – Basta stereotipi discriminatori. Basta cliché folkloristici. Basta equiparazioni di cutrese a mafioso.

Sembra voler dire questo Luca Vecchi, il sindaco di Reggio Emilia, meta dell’esodo di migliaia di emigrati provenienti da Cutro, terra di grandi lavoratori ma anche casa madre di una super associazione ‘ndranghetistica finita al centro del più grande processo contro le mafie mai celebrato al Nord, quello denominato Aemilia.

Lo abbiamo incontrato a margine della presentazione, nella Sala Rossa del Comune da lui guidato, del Centro studi e ricerche Diego Tajani, magistrato e statista nato a Cutro, antesignano della lotta alle mafie. Era uno degli eventi del festival “Noi contro le mafie”, diretto dallo storico Antonio Nicaso, che si svolge da undici anni a Reggio Emilia. Cutro non è solo la città del boss Nicolino Grande Aracri, a capo di una piovra monitorata dalle Dda di mezza Italia, ma è anche la terra natale di colui che per primo, in un’aula parlamentare, sollevò il problema delle mafie e che da magistrato individuò, tra i primi, la portata devastante della zona grigia, avendo perseguito pezzi di istituzioni colluse.

Un insegnamento, quello di Tajani, che il sindaco Vecchi coglie in tutta la sua «valenza simbolica e valoriale» perché proviene proprio da Cutro, che negli ultimi anni ha assunto una dimensione da capitale mafiosa consegnatale da una serie impressionante di inchieste che hanno portato a caterve di arresti e condanne di boss, gregari e colletti bianchi.

Sindaco, lei ha parlato della necessità della ripresa del dialogo tra le comunità di Cutro e Reggio Emilia. Lo ha fatto in occasione del recente fatto di sangue di Cadelbosco Sopra e nel corso della presentazione del Centro studi nella Sala Rossa del Comune. È un appello a mettere da parte stereotipi discriminatori nei confronti della comunità cutrese?

«Ritengo che qualsiasi comunità sia tanto più forte quando si ispira a valori di legalità, di convivenza civile e di lotta ad ogni tipo di discriminazione. Questa deve essere, a mio modo di vedere, la stella polare alla quale ispirarsi. Come insegnano il professor Nicaso e altri illustri studiosi di criminalità organizzata la storia è piena di stereotipi nel mondo che hanno portato proprio a discriminazioni. Per decenni si è detto che siccome la mafia siciliana era italiana, allora tutti gli italiani erano mafiosi: ma è un sillogismo profondamente sbagliato e ingiusto, che ha colpito i nostri connazionali emigrati. Occorre invece fare uno sforzo di studio e di discernimento, distinguendo le situazioni».

L’inchiesta Aemilia rappresenta uno spartiacque. Come si può colmare il fossato?

«L’inchiesta Aemilia è stata un momento importante, fondamentale per questo territorio, che ha imposto a tutti di fare i conti con quella realtà. Da qui bisogna partire, altrimenti significherebbe che non si è imparata la lezione. Non esiste luogo in Italia, anche nel nord, in cui non si sia registrato purtroppo il fenomeno delle infiltrazioni. Se le si vuole combattere e sconfiggere bisogna stare tutti dalla parte dello Stato, senza tentennamenti. Per cultura ed esperienza personale non mi piacciono le semplificazioni mediatiche. Rappresentare le comunità sulla base della sola provenienza geografica è un inganno: a Reggio convivono pacificamente persone provenienti da oltre 100 Paesi nel mondo. Hanno tradizioni, religione, professioni e interessi diversissimi. Etichettarle perché sono nate in una o nell’altra parte del globo è un errore. L’unica distinzione da fare quando si parla di argomenti simili è fra chi è onesto e chi non lo è».

Lei ha sottolineato «l’impatto simbolico e valoriale» della figura di Tajani. Intende assumere questa figura emblematica e ha già delle idee su cui lavorare?

«La figura di Tajani è molto poco conosciuta, ma altamente simbolica e significativa. Ritengo che questo Centro studi, gli approfondimenti che può portare, l’impegno civile che incarna, siano utilissimi per far crescere un’esperienza non soltanto culturale, ma di riflessione collettiva che non può che essere preziosa, alla riscoperta della memoria di un valente uomo delle istituzioni e alla sua attualizzazione nell’epoca contemporanea».

Dopo la sentenza Aemilia, che ha sancito la «colonizzazione» ‘ndranghetistica dell’Emilia, la metafora del contagio è ormai superata, come dice spesso il professor Nicaso. Quanto è ancora forte la ‘ndrangheta in Emilia?

«Da questo punto di vista la bussola ce la danno i magistrati, le forze dell’ordine. Sappiamo che non dobbiamo abbassare la guardia, non si può avere alcun atteggiamento superficiale, occorre dare ogni tipo di sostegno a chi indaga. Sul piano della pubblica amministrazione abbiamo aggiornato protocolli ad hoc, white list, strumenti di interconnessione con tutti i protagonisti del Comitato ordine pubblico e sicurezza, sostegno all’associazionismo, formazione per i dipendenti e lezioni nelle scuole».

La tesi di fondo del nuovo libro di Nicaso e Gratteri è che il fatturato delle mafie è soprattutto al Nord grazie anche alla collusione di pezzi di imprenditoria, politica, istituzioni. Quanto questo assunto vale anche per la città di Reggio Emilia, epicentro della filiale al Nord della super cosca cutrese?

«Le risultanze processuali dell’inchiesta Aemilia dicono che una parte dell’economia del territorio era inquinata dalle cosche: se guardiamo ai reati contestati che hanno portato alle condanne troviamo le false fatturazioni, il recupero crediti e tutta una serie di tipologie di azioni che andavano proprio in tale direzione. Che le mafie in Italia siano sempre di più diventate mafie economiche non è un tema strettamente di Reggio Emilia, ma nazionale, se non addirittura mondiale: è quanto ci insegnano le più recenti inchieste e gli esperti della materia. Ciò vuol dire che occorre adeguare gli strumenti normativi, dotare chi contrasta questo genere di illeciti dei fondi e dei mezzi indispensabili per stare al passo coi tempi, fare anche uno sforzo culturale di aggiornamento per non farsi cogliere impreparati. Vale per il nostro territorio così come per tutti gli altri».

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