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Gli atti imbarazzanti e stucchevoli della tragicomica vicenda della nomina (fino ad ora non “indovinata”) del commissario per il Piano di rientro della sanità calabrese appartiene alla cronaca di questi giorni.

Fa semplicemente sorridere, se qualcosa è rimasto per cui sorridere, la corsa alle ola o ai veti corali che si scatena non appena compare nell’agone mediatico il nome di un possibile candidato alla rognosa postazione di “comando” della sanità calabrese.

Inquieta, invece, che qualcuno pensi che si possa o si debba nominare a furor di popolo un manager chiamato a svolgere un ruolo difficilissimo, delicato, vitale per la salute di una regione intera. Serietà imporrebbe che si scelga rigorosamente in base alle competenze – lontano dal colpo ad effetto e, nemmeno a dirlo, da logiche politiche becere – e si vada avanti.

Quello che forse non è abbastanza chiaro è che la gestione della sanità in Calabria oggi vuol dire ricostruire un sistema che funzioni meglio a beneficio dei cittadini-utenti senza ingurgitare risorse come un enorme buco nero. Un compito complesso, che difficilmente potrebbe essere svolto dalla politica (responsabile, o corresponsabile, da almeno quattro decenni, di quel buco nero, e soprattutto non sempre disposta a sacrificare il consenso con decisioni drastiche dettate non solo da ragioni di costi, ma spesso dalla nuova organizzazione che, per esempio, la rete ospedaliera deve consolidare seguendo le evoluzioni della medicina che negli ultimi anni richiede, proprio a beneficio dell’efficacia dell’assistenza, modelli molto diversi da quelli di 30 anni fa).

Forse non è vero che in Calabria ha fallito il commissariamento; hanno fallito – eccome – quei commissari nella misura in cui in sede di verifica dei risultati sono stati bocciati sui livelli di assistenza e sui conti. E non è vero (e questo non lo si può stabilire nei talk show) che nella stagione del commissariamento non è stato fatto alcun passo in avanti nel traghettare la sanità calabrese da un clima di “volemose bene” ad un contesto più organizzato, partendo da una situazione – cosa ormai nota a tutti – in cui in aziende sanitarie c’erano i bilanci orali…

Così come non è vero che, per esempio, nell’Asp di Reggio la triade commissariale (nominata sul presupposto di infiltrazioni mafiose) ha lasciato la situazione al punto di partenza, ferme restando le profonde incertezze degli anni da “contabilità orale” (per esempio nella difficoltosa quantificazione del debito pregresso, peraltro oggetto di imprevedibili contenziosi, per la regolarizzazione dei bilanci passati) e la necessità di uno spartiacque con la gestione corrente improntata a regole.

Senza entrare nel merito di quello che potrebbe cambiare (in termini di strumenti e autonomia aggiuntivi dati all’ufficio del commissario) con l’ultimo testo del Decreto Calabria, qualche elemento di valutazione più di contesto può aiutare a rinfrescare la memoria.

Gran parte dei mali della sanità calabrese risalgono a diversi decenni fa, quando, per un lunghissimo periodo, la si è utilizzata – più o meno per scopi clientelari, più più che meno – per dispensare posti di lavoro, pubblici, cioè la diffusa massima aspirazione, in una terra che non offriva molto altro.

La politica, con una “p” particolarmente piccola, ha gestito nomine, badando poco a competenze e professionalità, partendo da chi avrebbe dovuto bene amministrare aziende sanitarie e ospedali, passando per un non meglio quantificabile esercito di amministrativi e fino ad arrivare al conferimento di incarichi medici di dirigenza e, ancora più giù, all’assunzione di caposala, infermieri…

Duole fare un discorso general generico, ma l’incidenza del fenomeno è sotto gli occhi di tutti, proprio a partire da chi, per esempio, nelle file dei medici, si è visto sorpassare nella carriera da persone con curriculum corto ma rinomati santi in paradiso, per così dire. “… Ho ed abbiamo assistito alle promozioni più assurde e spesso e solo di persone funzionali ai più miserevoli interessi di chi deteneva il comando. Abbiamo potuto constatare, con l’impotenza di cui sopra, l’arroganza fatta potere, il disprezzo e l’occultamento della verità, la mortificazione dei ruoli o l’esaltazione degli stessi quando funzionali al sistema di poteri. Tutto con la connivenza ignorante di una classe politica incapace di comprendere dove sta il buono e dove sta il marcio”: lo ha scritto, qualche giorno fa su questo giornale, nell’ambito di una lunga analisi sulla sanità calabrese, un ex primario di Cosenza, Renzo Bonofiglio.

Senza tirarla per le lunghe, è bene che la politica si limiti a fare ciò che gli spetta e si tiri fuori. Perché è chiaro che un commissario lo deve nominare il Governo, mica un gruppo su Whatsapp, ma i criteri devono essere tre e rigidamente proiettati al risultato: competenza, competenza e competenza. Ma possibile che non esista un manager di comprovate capacità nel settore sanitario da nominare? O deve per forza esserci il placet della “piazza”?

Poco da dire sulla scelta per motivi personali dell’ex rettore della Sapienza di Roma, il calabrese Eugenio Gaudio, di rinunciare all’incarico di commissario poche ore dopo la sua nomina da parte del Governo. I motivi personali non si possono discutere, quand’anche fossero dettati dalla famiglia che non vuole trasferirsi a Catanzaro. D’altra parte la patata bollente della sanità calabrese non è propriamente una spiaggia californiana.

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