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QUALCHE numero, qualche considerazione e un rinfresco alla memoria sulla Calabria alle prese con la pandemia e con una sanità non attrezzata a dovere. Il report settimanale della Presidenza del Consiglio sulla campagna di vaccinazione segnala, a chi abbia la pazienza di leggere le tabelle, passi in avanti fatti in Calabria.

Certo, ancora ci sono molti over 80 che devono avere la prima dose (poco più di 62mila, alla data del 23 aprile), ma per altre categorie la regione fa meglio di molte altre.

Segnali buoni che vanno decisamente incoraggiati, ma sui quali, inutile dire, non è il caso di cullarsi. Non sempre e per forza deve essere tutto nero. Avanti. Più veloce, se possibile, perché altri dati, quelli dei bollettini regionali sul contagio, ci dicono che il virus è presente, eccome, che i posti letto sono ancora in gran parte occupati e che, ancor prima, sono pochi, che il numero dei nuovi positivi registrati ogni giorno sono tanti, rapportati naturalmente alla realtà calabrese.

Ci dicono anche che il tasso di positività (il rapporto tra casi positivi e numero di tamponi eseguiti) di cui sentiamo parlare ogni giorno qui è almeno doppio rispetto a quello medio nazionale. Ciò vuol dire che o si fanno tamponi con tracciamenti mirati molto rigorosi (per cui vengono fuori molti positivi) o che il sistema di tracciamento non è mai andato a regime e quindi più tamponi si fanno e, poiché il virus circola, più positivi emergono.

Gli esperti avranno i loro motivi, forse, per calcolare il tasso di positività su tutti i tamponi fatti (compresi quelli di controllo alla stessa persona) anziché sul bacino dei nuovi soggetti testati.

Il risultato, comunque, per la Calabria non cambia. Bisogna correre, dunque, con i vaccini. Da qualche giorno, il numero dei posti letto di terapia intensiva nella regione è salito da 152 a 156 (fonte Agenas). Non che questo ci schiodi dall’essere appena sopra la metà della soglia minima prevista, ma è un piccolissimo segnale.

Pur rischiando la ripetitività che rasenta la noia, occorre rimanere vigili perché quel numerino delle terapie intensive attive in Calabria salga immediatamente. Non che sia solo quello il problema. Ma è di certo il simbolo di un sistema che in piena emergenza non è riuscito ancora a dotarsi dei presìdi minimi previsti, necessari, dovuti. Il ritardo accumulato – in un vortice perverso di competenze intrecciate tra Stato, Regione, commissari vari – nell’adeguamento della sanità calabrese perché sia in grado di reggere l’urto di una pandemia è incommentabile.

Qualche giorno fa, il commissario dell’Asp di Cosenza ha deliberato l’acquisto delle attrezzature con le quali saranno allestiti, negli ospedali spoke della provincia, altri posti di terapia intensiva (sei a Rossano) e semi-intensiva (dieci a Rossano e otto a Cetraro). Iter avviato sulla base delle previsioni del decreto del commissario alla sanità calabrese del giugno scorso, quel generale Cotticelli dell’intervista televisiva che ha scatenato quel che tutti ricordano.

Quel generale che, a dispetto di quell’apparizione televisiva, in cui è apparso “confuso” sulle sue stesse competenze, come questo giornale aveva scritto prima e ha scritto dopo, il piano Covid non solo lo aveva firmato (compresa la riorganizzazione territoriale dettagliata di posti letto Covid), ma il Ministero glielo aveva pure approvato.

La corsa continua, dunque, a dover essere su due piste: la prima è quella della campagna di vaccinazione, senza tentennamenti.

La seconda è quella delle misure per assicurare ai calabresi, e comunque a chi si trovi in questa regione, una assistenza sanitaria efficiente. In questo caso, se possibile, si corra ancora di più. E nessuno si sogni, poi, di rivendicare meriti e benemerenze, perché questa battaglia per la sanità – sui tempi – è stata persa molti mesi fa. La decenza impone di portare a casa il risultato pieno e di tacere.

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