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«SIAMO abbandonati a noi stessi, l’unico settore in Italia a restare chiuso. Eppure continuiamo a sostenere costi di gestione, utenze, affitti e finanziamenti ottenuti. Dopo due mesi non sappiamo ancora che fine faranno i nostri dipendenti e le nostre aziende».

C’è rassegnazione nelle parole di Roberto Maggialetti, titolare del Divinae Follie (Df) di Bisceglie (Bt), la più grande discoteca del Mezzogiorno, costretta alla serrata insieme a oltre 2mila locali in Italia dall’ordinanza del ministero della Salute dello scorso 16 agosto – poi confermata da un successivo decreto del governo – adottata per tentare di arginare l’improvvisa risalita dei contagi da coronavirus in estate. Il provvedimento è stato poi rinnovato per un mese il 7 settembre ma le possibilità di riapertura a ottobre sono pressoché nulle. Informalmente – sottolinea l’imprenditore pugliese – ci hanno fatto già sapere che la chiusura sarà prolungata. «Evidentemente ancora si pensa alle discoteche come a una sorta di dimora del Covid. E’ assurdo, noi siamo fermi da metà agosto eppure mi sembra che i casi di positività si siano quasi triplicati».

Non solo, aggiunge, «senza i nostri locali tantissimi giovani si stanno riversando nei centri storici delle città. Risultato? Assistiamo a un sempre maggior numero di risse e alla totale impossibilità di effettuare controlli. Per non parlare, poi, delle feste abusive in case private, quelle sì, veramente rischiose per l’andamento dell’epidemia. Nei nostri locali i clienti riuscivamo, invece, ad assicurare il rispetto delle regole di sicurezza, sanitaria e non solo». Al Df, racconta, «non abbiamo registrato nessun caso di positività nei clienti e nei miei centocinquanta dipendenti. Durante le serate abbiamo avuto anche numerosi controlli delle autorità. Il distanziamento era garantito nei bagni e al bar e dall’intervento degli addetti alla sicurezza e le regole venivano ricordate ogni 10 minuti dai microfoni». A questo si aggiunge un’ulteriore proposta recapitata a Roma. «Volevamo che le discoteche diventassero il posto più sicuro del Paese, effettuando tamponi all’ingresso e subordinando l’accesso ai locali al download e all’attivazione dell’app Immuni. Purtroppo queste idee sono rimaste solo sulla carta».

E il comparto, ora, rischia di estinguersi. «Ci hanno chiuso senza farci sapere come gestire questa fase – spiega – dal governo non ci è arrivato nessun aiuto né alcuna notizia sui tempi di una possibile riapertura. Se entro un mese e mezzo la situazione non dovesse cambiare credo che il 90% delle discoteche presenti sul territorio nazionale sarà destinata a scomparire per sempre».

I costi, economici e sociali, sono enormi. «Parliamo di un comparto da circa 2.500 esercizi che da lavoro a oltre 90mila persone e fattura centinaia di milioni di euro ogni anno – ricorda – tutto questo rischia di svanire nel nulla. Io stesso ho cominciato a licenziare i dipendenti. Cosa potevo fare? Ho sostenuto spese enormi per aprire il locale a febbraio, ho fatto due serate e poi è arrivato il Covid. Ho riaperto il 20 luglio, dopo aver investito altri soldi per rispettare le regole anti epidemia, e il 16 agosto ho dovuto richiudere. Siamo in ginocchio».

Il governo, aggiunge, «voleva un capro espiatorio e lo ha trovato nel nostro settore. Un settore già debole perché spesso nel mirino di media e opinione pubblica. Voglio, però, ricordare che le discoteche, con grande senso di responsabilità, sono state le prime a decidere di interrompere la propria attività lo scorso inverno, quando non c’era ancora nessun lockdown». Senza aiuti e prospettive certe, l’unica strada possibile è quella di trasformare temporaneamente la natura di queste imprese. «Dipende dai locali – dice Maggialetti – il mio, ad esempio, è molto grande e ha costi elevati che non sarebbero coperti da esperimenti come quelli delle cene spettacolo. Al momento siamo intenzionati a proporre alla Regione Puglia di utilizzare la nostra struttura per risolvere i problemi di spazi che si stanno verificando nelle scuole. Stiamo facendo di tutto per non sparire».

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