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Magistrati calabresi finiti sotto inchiesta

Ma siamo sicuri che il problema è mediatico?

Calabria
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Tribunale di Salerno

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Il tribunale di Salerno
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La notizia delle inchieste della Procura di Salerno su alcuni magistrati in servizio nel distretto della Corte d’Appello di Catanzaro – data ieri dal Fatto Quotidiano, nello stesso giorno in cui sembrerebbe essere stata avviata un’ispezione ad uffici giudiziari calabresi (LEGGI I PARTICOLARI) – è stata considerata come un terremoto. Silente, perché, in realtà, di reazioni non ce ne sono state.

È vero che i tre magistrati che sarebbero sotto inchiesta, per vicende diverse, sono figure di vertice, e tra queste i procuratori di Cosenza e Castrovillari, ed è innegabile che per ciò stesso la notizia ha una carica di clamore aggiuntiva rispetto a quelle di altre inchieste. Valgono, naturalmente, per i magistrati che dovessero finire sotto inchiesta penale tutte le garanzie e la presunzione di innocenza che valgono per i politici e per i comuni mortali accusati di reati più o meno gravi.

E quindi, scacciando qualsiasi ipotesi di complotti e non considerando la coincidenza temporale in cui le notizie (trattandosi, probabilmente, di procedimenti diversi) sono trapelate (cioè tutte insieme), passato il clamore rimane comunque la stringente necessità che si faccia in fretta nell’iter della giustizia, perché la Calabria di tutto ha bisogno tranne che di aloni di sospetto su chi è chiamato a dirigere uffici giudiziari, in una terra in cui i reati fioccano e abbracciano più di qualche paginetta del codice penale.

Forse più di ogni altro indagato, i magistrati hanno il diritto di essere, eventualmente (in questo caso si sarebbe solo all’origine di un procedimento e quindi ben lontani da decisioni di giudici), liberati dall’ombra del sospetto perché i cittadini hanno il diritto aggiuntivo di una giustizia cristallina, scevra da dubbi. E, nel caso opposto, qualora responsabilità vi fossero, non si può pensare di aspettare anni perché vengano accertate.

Fa scandalo sapere di queste inchieste? No. Dovrebbe, paradossalmente, far star tranquilli nel senso che l’accertamento della verità – qualora vi sia il dubbio di un comportamento fuori dalla legge – non tiene indenni i magistrati.

Scalpore? Sì, per tutto quello che si è detto. E lo scontro tra il procuratore generale di Catanzaro, Lupacchini, e il procuratore distrettuale antimafia, Gratteri, di cui si sta occupando il Csm (vicenda che, si è appreso ieri, sarebbe destinata ad una archiviazione)?

Fa scandalo? Di certo fa impressione. Facendo riferimento alla vicenda, ieri, il presidente della prima commissione del Csm, Alessio Lanzi, ha parlato della fuga di notizie «indebita su una pratica segretata» che lo stesso Lanzi, ha riferito l’Ansa, intende segnalare al Comitato di presidenza del Csm. Lanzi ha anche parlato di «notizie allarmanti che scatenano l’interesse mediatico».

Ma se ancora in questo Paese esiste la libertà di manifestare liberamente il proprio pensiero ci sarebbe da dire che il problema di fondo, anche al fine di garantire una serena amministrazione della giustizia requirente, non è certamente l’interesse mediatico.

La notizia piombata ieri sulla Calabria è preoccupante anche e soprattutto per tutti quei “si dice” che, ben al di là dei circuiti mediatici, saturano l’aria di spettri di contrasti e faide tra uffici giudiziari che riportano indietro di anni e che in questo momento, considerata l’esistenza di numerose e delicatissime inchieste di varie Procure (non solo per mafia), non aiutano a preservare la credibilità dell’istituzione giudiziaria. E i risvolti mediatici c’entrano poco.

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