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Il carcere di Santa Maria Capua Vetere

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Da quale specie di sottosuolo dostoevskiano hanno aperto la botola salendo in superficie gli agenti della polizia penitenziaria protagonisti dei pestaggi nel carcere di Santa Maria Capua Vetere?

Che avranno dentro, quale demone, quali legioni di diavoli. Sarebbe forse opportuno osservare nelle vite di ciascuno di essi, informarci sulle loro infanzie, magari ripercorrendo la strada come in un ritorno al futuro nel tentativo di cambiare la storia loro e quindi delle vittime che hanno torturato.

Perché di tortura si tratta, come avviene nelle carceri più famigerate del mondo in questo senso, da Occidente a Oriente, e potremmo citarne tanti di esempi con fatti e dati. Sapevamo anche dell’Italia, attenzione, e anche a chi è più sprovveduto non si può rifilare la menzogna delle cosiddette mele marce, perché si sa che cosa avviene nelle carceri, tuttavia le gesta di questi aguzzini fanno lo stesso impressione perché almeno nella nostra speranza ultima questo dovrebbe ancora essere un paese dove vigerebbe una democrazia evoluta.

Come nell’immaginario collettivo gli Stati Uniti d’America lo sono, una grande democrazia. E non è così. Né noi siamo in democrazia, né loro. E mai lo saremo finché un gruppo di invasati in divisa che dovrebbe stare al nostro servizio – compreso quello dei detenuti se lo stato è di diritto e non di rovescio (sì, al servizio, inutile che si storca il naso) – si prende la libertà di entrare in un carcere e seminare botte e panico a freddo, senza una evidente situazione di minaccia, a freddo, da spedizione punitiva. Non lo sarà l’America finché un agente in divisa invece uccide come a Minneapolis.

Non c’è alcuna differenza tra le manganellate alla testa da parte dei secondini inferociti e il ginocchio di David Chauvin sul collo di George Floyd, entrambi i gesti partono dall’idea malsana secondo cui l’altro non è nessuno: se sei nero non sei nessuno, no hai un nome e una storia e perciò non hai diritti, se sei carcerato non hai un nome e una storia e quindi il diritto a difendere la tua vita dal virus, ad aver paura di ammalarti di Covid: sei una bestia rinchiusa in gabbia, io sono in divisa, ho il potere, posso massacrarti. Il sottosuolo culturale, spaventoso, agghiacciante per pochezza, è lo stesso.

Non è da meno quello che ha dentro chi ha ordinato, tornando al carcere di Santa Maria, i pestaggi. E non è soltanto Santa Maria, sarebbe da sciocchi, lo ribadiamo con forza, pensare che si tratti di mele marce (a parte il fatto che il gruppo di poliziotti picchiatori era ben copioso, e già statisticamente lì dentro il ragionamento non funziona più). Il carcere è un luogo di violenza, punto. In carcere la Costituzione prende ogni giorno le stesse botte, da sempre. Non esistono, tranne (ma col beneficio del dubbio) rarissime eccezioni, alcuna riabilitazione, alcun vero reinserimento nella società e ritorno alla vita. Soltanto numeri al posto degli uomini, e quindi dolore, indifferenza, pregiudizio.

Ricordo (il lettore perdoni la forma in prima persona, che raramente uso) rabbrividendo ancora un episodio apparentemente piccolo, che piccolo non fu: vado a prendere all’uscita dal carcere di Cosenza un caro amico, in gabbia tra l’altro da innocente. Il dettaglio forse non conta, perché quando esci hai scontato la tua pena e sei un cittadino come gli altri (lo sei anche dentro, cittadino, ma devi estinguere la condanna non essere calpestato nei diritti basilari). Il mio amico – uno tra gli amministratori finiti nella rete di una tra le tante inchieste sul malaffare calabrese – trasfigurato da oltre un mese di galera, aveva dimenticato di dover firmare qualcosa: il secondino lo richiama con fare da nazista, incivile, urlandogli addosso come fosse un cane.

Una scena che mi disgustò, e mi lasciò paralizzato. Il secondino in divisa credeva di essere il padrone della vita del mio amico, stremato e in lacrime. La violenza di questi uomini (si fa per dire) è una vergogna italiana, non soltanto di Santa Maria Capua Vetere. Ma la vergogna peggiore è che tutto questo venga ancora concesso o, peggio ancora, ordinato come per i fatti casertani. Sandra Berardi è presidente dell’associazione “Yairaiha”, con sede a Cosenza, da anni sul fronte caldissimo della lotta per i diritti dei detenuti.

Lei si è sempre spinta oltre, fino al punto di scrivere apertamente della necessità di abolire il carcere, e che sia “l’idea stessa di recludere che si dovrebbe mettere in discussione, con tutto il carico di bestialità di cui sono pregni i riti connessi alla carcerazione”. Io non mi sento di darle torto. Ma è roba per visionari. Francamente non mi imbarazza farne parte.

Detto ciò, la verità è che quelle immagini sono terribili anche perché ci costringono a vedere nello specchio quel sottosuolo tetro che sta nel profondo di questa terra e dentro le sue tante anime senza anima, di un lembo di mondo educato a delinquere, delinquere nell’accezione più ampia, assuefatto com’è a una atavica pedagogia nera che ha come unico obiettivo il potere e l’umiliazione di chi sta dall’altra parte di esso.

E in un posto così gli schiaffi, i pugni, le manganellate, sono gli stessi che prendiamo anche tutti noi ogni giorno, “detenuti” come siamo in un paese dove il diritto, anche il più semplice, è una opzione e non la regola. E dove la menzogna è padrona assoluta delle nostre vite.

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