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Gli organizzatori della Guarimba mentre lavorano alla pulizia degli spazi

Tempo di lettura 4 Minuti

Cacciare un musicista che lavora tra la gente è mafia. Non aiutare chi organizza un festival del cinema in una terra assetata di sviluppo e giustizia sociale è mafia.

Essere mafiosi è ignorare quanti si sporcano le mani e faticano affinché questo popolo tragga benefici dalla cultura, tentando attraverso essa di elevarlo donandogli finalmente pensieri e intuizioni che vadano oltre, rompendola quindi, quella cappa di prigionia ereditata nei secoli e tramandata da una generazione all’altra.

In una tale tundra istituzionale ci sono primi cittadini che si prendono la briga, come è accaduto a Tropea, la perla del Sud, oggi pirla – grazie al sindaco Giovanni Macrì, che pare uscito da un film della Disney stile Robin Hood ma nelle vesti di sceriffo di Nottingham – di mandare via i due musicisti di strada marchigiani Lorenzo e Cristina. Multati, umiliati, offesi, allontanati.

E perché? Perché si esibivano da “anarchici”, secondo lo sceriffo di Tropenottingham, nel suo bel borgo. Come se fosse suo, appunto, e non della gente che vi abita, non dei calabresi, non degli italiani, non dei cittadini del mondo che lo visitano. Cosa sua, dunque, e dei suoi scagnozzi urbani in divisa. Un foglio di via a due musicisti equivale a un editto, a una fatwa contro l’arte e la bellezza a vantaggio delle tenebre.

Il foglio di via a Lorenzo e Cristina è stato firmato perciò contro tutti noi. E’ un delitto, come ha ben scritto Sergio Crocco, visionario cosentino che ha composto pagine di teatro dialettale che resteranno, non come le parole a vuoto dei politici, cittadino del mondo che in questo mondo insozzato si sporca le mani per aiutare, sorridere, dedicare pensieri a quanti necessitano di ogni cosa. “Uccide una storia millenaria di accoglienza calabrese”, scrive Crocco, sottolineando come al potere vi siano dei “mentecatti”.

Mentecatti, sottoscriviamo. E uccidere è prerogativa della mafia. Un caricatore perciò scaricato per intero in faccia al futuro nostro, altro che candidatura di Tropea a Capitale della Cultura 2022. Perché una terra senza il plasma vitale dell’arte è una terra senza più alcuna prospettiva dinanzi. Un po’ più su di Tropenottigham, il deserto istituzionale fa tappa ad Amantea. Mentre i boschi alle spalle del centro antico vanno in fumo e i Canadair volano sulle teste dei vacanzieri, un altro visionario costruisce la Storia ammazzandosi per noi, mettendo su da solo un festival internazionale del Cinema (si concluderà il 12 e definirlo prodigioso è davvero poco),

La Guarimba, che ha ricevuto ancora il supporto del capo dello Stato Sergio Mattarella e il patrocinio della Presidenza del Consiglio: Giulio Vita, nato in Italia ma vissuto in Venezuela, a Caracas, nipote della generazione dei nostri vecchi migrantes, tornato in Calabria con il sogno di fare di questo pezzo di pianeta un posto per tutti, un posto al sicuro (nella lingua degli indios venezuelani guarimba significa questo, posto sicuro). E che cosa esiste di più sicuro della cultura, della luce dell’arte, della bellezza? Ma il rivoluzionario Giulio e i suoi amici – pochi, i rivoluzionari veri ce li hanno contati, perché costa assai fatica star dietro a chi fa il bene comune, lo diceva santa Teresa d’Avila di Cristo – hanno affrontato negli anni, sono ben nove, soltanto ostacoli.

Contro chi hanno dovuto lottare? Contro i colletti bianchi che stanno nelle istituzioni locali. Non sparano questi, usano un’arma ben più feroce della lupara: l’indifferenza. Così per esempio nell’aera parcheggio dove sono stati realizzati i murales (bellissimi) della rassegna da street artists e illustratori venuti magicamente (Giulio e quelli come lui fanno miracoli) dall’estero – la venezuelana Sara Fratini, co-fondatrice del Festival, Paulo Albuquerque, in arte Cesáh, brasiliano, e Mikel Murillo dalla Spagna – i vigili urbani hanno, come dire, dimenticato (?) di appore o riparare (?) uno striscione nel quale vi fosse scritto di non metterci le automobili nel frattempo che questi artisti terminassero di dipingere; oppure Giulio e compañeros a “mettere le mani nella merda”, testuale, pulendo e bonificando l’area da soli, pagando la ruspa per eliminare lo schifo lasciato lì, segno dell’abbandono istituzionale, e tutto questo sotto lo sguardo imperturbabile di quegli amministratori fannulloni che stanno lì – come dice Vita (sottoscriviamo il “fannulloni”) fregandosene, e fa bene, delle conseguenze – “unicamente per fare favori, cercando pure di farsi belli con il sudore degli altri”. Il ragionamento è così semplice e chiaro che potremmo discuterne con i nostri bambini e questi capirebbero. Non gli amministratori e i politici calabresi (non tutti, grazie al cielo) cocciuti, imbevuti come la miccia di una molotov della benzina dell’ignoranza e dell’insolenza.

Queste quando “esplodono” fanno più male di una bomba, più male della mafia, anzi sono la mafia in persona. E in un tempo oscuro come questo sparare sulla cultura, cemento armato dello sviluppo, è il peggiore dei crimini.

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